Italian poem
XX
La mia povera vigna è così fatta che la debbo vangar tre volte l’anno, potarla come va, pari ed esatta, per legarla di poi, sempre a mio danno;
e non appena il sol me l’ha rifatta, ci rimetto del mio sapone e ranno tra zolfo e rame a mantenerla intatta dalla nebbia, dal male e dal malanno.
Quando i grappoli poi diventan neri, tutta l’ira di Dio nel cielo accolta sopra ci si rovescia e volentieri.
Ed allor buona notte! Addio raccolta, addio tasse pagate, addio panieri, serbati sempre per quest’altra volta!
La vigna del Signor — quella, s’intende che piantata non fu dal Nazareno — non chiede al possessor tante faccende e compensa di più chi spende meno.
Sicuro il frutto dal suo tralcio pende ingrossando alla nebbia ed al sereno ed il mille per cento e meglio rende per poco che le sia dolce il terreno.
Si coltiva in poltrona e senza costo, non ci crescon l’ortica o la gramigna, la grandine le sta sempre discosto,
E se chi passa, nel guardar, sogghigna, c’è il Tribunale che lo mette a posto.... Oh, la vigna di Dio, che bella vigna!