Italian poem
VI
by Pietro Bembo
Né le dolci aure estive, Né ’l vago mormorar d’onda marina, Né tra fiorite rive Donna passar leggiadra e pellegrina, Fûr giamai medicina, Che sanasse pensero infermo e grave, Ch’io non gli haggia per nulla Di quel piacer, che dentro mi trastulla L’anima, di cui tene Amor la chiave: Sì è dolce e soave.
Non si vedrà giamai stanca né sazia Questa mia penna, Amore, Di renderti, signore, Del tuo cotanto onore alcuna grazia. A cui pensando, volentier si spazia Per la memoria il core, E vede ’l tuo valore, Ond’ei prende vigore e te ringrazia.
Amor, da te conosco quel ch’io sono: Tu primo mi levasti Da terra e ’n cielo alzasti, E al mio dir donasti un dolce suono; E tu colei, di ch’io sempre ragiono, A gli occhi miei mostrasti, E dentro al cor mandasti Pensier leggiadri e casti, altero dono.
Tu sei, la tua mercé, cagion ch’io viva In dolce foco ardendo, Dal qual ogni ben prendo, Di speme il cor pascendo onesta e viva; E se giamai verrà ch’i’ giunga a riva, Là ’ve ’l mio volo stendo, Quanto piacer n’attendo, Più tosto no ’l comprendo, ch’io lo scriva.
Vita gioiosa e cara Chi da te non l’impara, Amor, non ave.