Italian poem
La pesca
Già la notte s’avvicina: vieni, o Nice, amato bene, della placida marina le fresch’aure a respirar. Non sa dir che sia diletto chi non posa in queste arene or che un lento zefiretto dolcemente increspa il mar. Lascia una volta, o Nice, lascia le tue capanne. Unico albergo non è già del piacere la selvaggia dimora; hanno quest’onde i lor diletti ancora. Qui, se spiega la notte il fosco velo, nel mare emulo al cielo più lucide, più belle moltiplicar le stelle, e per l’onda vedrai gelida e bruna rompere i raggi e scintillar la luna. Il giorno al suon d’una ritorta conca, che nulla cede alle incerate avene, se non vuoi le mie pene, di Teti e Galatea, di Glauce e Dori ti canterò gli amori. Tu dal mar scorgerai sul vicin prato pascer le molli erbette e le tue care agnellette, non offese dal sol fra ramo e ramo: e con la canna e l’amo i pesci intanto insidiar potrai; e sarà la mia Nice pastorella in un punto e pescatrice. Non più fra’ sassi algosi staranno i pesci ascosi; tutti per l’onda amara, tutti verranno a gara fra’ lacci del mio ben. E l’umidette figlie de’ tremuli cristalli di pallide conchiglie, di lucidi coralli le colmeranno il sen.