Versos Italian Teofilo Folengo Triperuno

Italian poem

Triperuno

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Dopoi che sopra e sotto 'l ciel usciro l'opre del summo artefice sí belle, né molto spazio andò che l'empio e diro popol de li demón fu da le stelle bandito al centro basso, ove periro con l'ombre eternamente al ciel rubelle, su l'uomo Dio fondò stabil disegno, ch'empir di novo avesse il vodo regno.

Né piú son pesci in acque né piú foglie in selve, come in ciel private stanze. Però Michel, poi ch'ebbe l'atre spoglie di Pluto trionfando su le lanze sospese ai tetti ove l'onor s'accoglie, discinto il brando e tolte le bilanze, venne qui giú per farvi non piú guerra, ma sol un paradiso a l'uom in terra.

Qui, di soperba fatta invidiosa la greggia de' cornuti negri, quando questo antivede, cruda e neghittosa, ripiglia contra noi l'occulto brando (i' dico «brando occulto» a piú dannosa nostra ruina), e sempre va celando quinci quel vischio, quindi quella pania, tanto che la piú parte avvinge e lania.

«Non enim invidia parit superbiam, sed superbia parit invidiam, quia non invidet nisi amor excellentiae». AUG.

Multi sunt vocati, pauci vero electi.

Piantato dunque in terra un paradiso da l'angiol fu di Dio detto «Fortezza»; luoco non privo mai d'onesto riso, de sòni, canti, giochi a gran dolcezza. Quivi trovai pur anco l'aureo viso di quel Iesú che l'amorosa frezza nel cor m'immerse prima, e seco poscia portollo, me lasciando in dolce angoscia.

Su ne le piú levate cime, donde Febo riporta il mattutino giorno, un monte, c'ha l'inaccessibil sponde e cento millia passi volge intorno, vidi che al ciel lunar il capo asconde e par che tocchi i piedi a Capricorno. Lá fui chiamato d'una nebbia scura: --Vieni oggimai, o santa creatura!--

Suso mi porto, ed ecco alte muraglie vidi luntano con quadrata cinta serrar de poggi e campi e di boscaglie una provincia in piú parti distinta. Ma quello muro quasi mi abbarbaglia la vista, dal suo lume resospinta, mercé ch'era cristallo ed oro, intorno di perle e tutte l'altre gemme adorno.

Or su per quel parete schietto e fino vidi ch'avean Michel e Raffaele (non l'urbinate, dico, o 'l fiorentino, ch'or lascian dopo sé gran lode in tele) depinto per mio specchio il fier destino di Lucibello, a se stesso crudele, che, bello troppo a se medemo, d'alto prese co' gli altri un smisurato salto.