Italian poem
Triperuno
S tavami basso nel cespuglio e queto, V ago d'udire piú che mai Limerno, E giá m'era disposto per adrieto V olgermi di Merlin for del governo. E al fin sbucato da la macchia, lieto R ichiamo lui:--Deh! svellemi d'inferno!-- A lui dico, che giá, calando il sole, T olsesi dal cantar dolci parole.
Ut cadat in Scyllam cupiens vitare Charybdim.
--O vago--a lui diceva--giovenetto, B en mi terrei de gli altri piú beato, S'io fusse tale che tu avessi grato T enermi (ecco son presto!) a te soggetto.-- R estossi allora quello, e col bel viso I l novo Ciparisso ovver Narciso: --C hi chiama?--disse e, vistomi soletto, T ennesi a lungo il naso fra le dita: --O h tu! mi sai--dicea--di lorda vita!
C ácciati presto in quel fragrante rivo, L avandoti lo puzzo fin ch'io torni.-- A llor si parte ritrosetto e schivo, V edendo una carogna in luoghi adorni. S pogliomi nudo in quel fonte lascivo T emprato d'acque nanfe, che da' forni R igando viene giú d'un monticello, O ve Ciprigna gode Adonio bello.
Hic pudicitia, hic natura adulteratur.
C elavasi, ne l'alpe giunto, il sole. E cco, fra molte ninfe vaghe e snelle L imerno torna solacciando, e quelle L ui van ferendo a bòtte de viole. I o, ch'era nudo, ambe le mani aduno S u quelle parti oscene che ciascuno, Q uantunque sia piccino, coprir sòle. --V edrai--parla Limerno--quant'è meglio E sser di miei che di quel sporco veglio!
R ecativi 'l in braccio, o belle ninfe, E d a la dea portandolo direte: --M adonna, dentro le muschiate linfe O fferto s'è costui nel nostro rete: T egnamolo qui nosco, se 'l vi pare, I donio testimon, quando che v'abbia S empre a lodar ne l'amorosa rabbia.--
--O--dissi allor,--o di vaghezza fiore, C hi mi porge la stola ond'io mi copra? --C uor mio--rispose--quivi non s'adopra V estir alcuno dove regna Amore, L o qual ignudo va co' soi seguaci: T aci lá dunque, pazzarello, taci!-- A llor fui ricondutto a grand'onore T ra gioveni leggiadri e damigelle, A vanti una piú bella de le belle.
«Vanum cor vanitatis notitiam quaerit corpori». BERN.
V enere fu costei, la qual nel seggio R egina di Matotta il settro tiene. --B enedetto sia 'l cuore di chi viene --I ncomenciossi allor cantar intorno-- S otto Amatonta al dolce lei soggiorno!--
L aúti, cetre, lire ed organetti I van toccando parte, parte al sòno T enean le voci giunte, ahi quanto vaghe. I n quel medesmo tempo, a vinti a trenta, B asciandosi l'un l'altro insieme stretti V anno danzando intorno, e questi sono S inceri giovenetti e donne maghe.
«Luxuriae nimium libera facta via est». PROP.
E rano mille fiamme intorno accese S otto gli aurati travi de la sala: S tanno da parte alquanti e fan un'ala E qua e di lá mirando le contese.
P endono da' pareti alte cortine R icchissime di seta, argento ed oro, O ro sopr'oro, dico, spesso e rizzo C on mille groppi, ziffere e beschizzo; V asi di pietre di gran pregio e fine L ungo a le mense fanno un bel tesoro.
A cque rosate, nanfe ed altri odori T endon spruzzare i pargoletti Amori.
N ascosi molti a le cortine drieto V anno non so che far, ed escon dopo N el volto fatti in guisa di piropo C he furon d'alabastro per adrieto.