Versos Italian Teofilo Folengo Triperuno

Italian poem

Triperuno

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V olea seguir ancora il vecchio grasso, N é molto mi spiacea di starlo udire: I l dol, nulladimanco, il troppo indugio C h'era di ricercar la vaga ninfa, A ndarmi allor da lui luntan mi astrinse.

Q ueto mi stoglio, senza dirli «vale», V olgendomi d'un rio lungo a la ripa, E pur egli mi segue passo passo.

F iumi di latte, laghi di falerno, V alli di macaroni e lasagnette, E cco mi veggio intorno, e poggi ed alte R upi di cacio duro e sodo lardo, A cque stillate de capponi grassi, T orte, tortelli, gnocchi e tagliatelle.

Incidit in Scyllam cupiens vitare Charybdim.

--B eata vita--dissi allor mirando-- È questa, che di tante trippe abbonda! N on mai quinci partire mi delibro.-- E con questo pensier, mentre ad un fonte D i moscatella malvasia m'abbasso, I o tolsene, bevendo, in quella copia C h'un bove sitibondo d'acqua sorbe. --T rinch trinch!--con altro vaneggiar tedesco I ncomenciai balordo a proferire.

«Ebrietas homines impetuosos facit». ARIST.

R otavasi giá 'l mondo a gli occhi miei, E sottosopra il mar, la terra, il cielo G iran intorno e fannomi qual foglia V olar al vento, e gli arbori, le ripe, L e spiagge mi parean cotanti veltri A i fianchi de le capre gir correndo.

S altano ad alto l'erbe e gli virgulti, A lpe con monti e 'nsieme con poggetti C orreno in rota e danzano leggiadri. R apito poi con elli il mio cervello, I n un momento scorse l'universo S enza posarsi mai, senz'ulla tregua.

M entre cosí danzava a la moresca, O do dir:--Triperuno!--Ed ecco in mezzo R atto mi vidi posto d'una turba. I o contemplai non so che volti grassi B ere sovente e poi cantar sonetti, V otando zaine, fiaschi e gran bottazzi; S altavan poi chi su chi giú d'intorno,

Illusiones ebrietatis.

I n quella foggia che vili fasoli G irano, a spessi tomi volteggiando, N el caldaio su fiamme ardenti posto. A llor con quelli insieme canto in gorga T utta tremante:--Bacco evoé!-- I ncomenciando poi cosí dir versi:

«Vilemque faselum». VIRG.

«... nec non et carmina, vino | ingenium faciente, canunt». OVID.