Italian poem
Triperuno
Io ben intesi di tal voce il sòno; ma, lasso, che servarla fui poi tardo! E so che quanto tuttavia ragiono non vien inteso; ma sotto 'l stendardo de l'Orso grande, ove posto mi sono, spero dir chiaro senza alcun risguardo. Or dunque in una grotta entrai soletto, con passo lento e colmo di sospetto.
Qui la piú bella, onesta, saggia, umile donna che mai Natura, col sopremo suo sforzo e col di rado usato stile, finger potesse in questo ben terreno, avea sul strame, in loco abbietto e vile (trovavasi al bisogno troppo estremo) riposto un suo nasciuto allor infante, nudo, a la rabbia d'aquilon tremante.
Omnium miraculorum praestantissimum est quum virgo sine floris virginei detrimento Deum hominem parit, qui complectens universum angusto praesepio patitur includi.
E se d'un bianco e liggiadretto velo, levandosi 'l di testa, non fatt'ella qualche riparo avesse al crudo gelo, pensato avrei che 'l parvolino in quella paglia mancar dovesse, e lui, che 'n cielo volge coi giri soi ciascuna stella, stringesse la stagion orribil: tanto prender gli piacque di miseria il manto!
Con quel contratto volto ed alto ciglio ch'alcuno mira cose strane e nove, stavami prono a contemplar quel figlio, sí di me stesso for, che men del bove, de l'asinelio men, ebbi consiglio di riconoscer lui che 'l tutto move essersi carne fatto, non per boi, non altri bruti, no, ma a servar noi.
«Cognovit bos possessorem suum et asinus praesepe domini sui, Israël ante me non cognovit». ESAIAS.
Un for di stile e d'uso uman sembiante, una celeste angelica figura di quel nasciuto allor allor infante fu, ch'al veder mi tolse ogni misura. Ché s'al visibil sol non è costante, or che al divin potea nostra natura? Bench'era in carne ascoso, pur non pote di fora non aver de le sue note.
Non che 'ntendessi allora la cagione ch'io fussi in quel fanciullo sí conquiso; ma, vinto da non so qual passione, piú tosto che ritrarmi dal bel viso lasciato avrei non pur le belle e bone cose del mondo, ma anco il paradiso. E finalmente io, sciocco (temo a dirlo!), stetti piú volte in voglia di rapirlo;
«Unguentum suave et optimum est amor summi boni, quo pestes mentis sanantur et cordis oculi illuminantur». BASIL.
rapirlo meco in parte ove sol io, nutrendol prima, l'adorassi dopo, sperando non mai fôra ch'altro Dio maggior di lui mi soccorresse a l'uopo; quando che 'l mundo tant'era in oblio, che l'indo, il mauro, il scito e l'etiòpo cingevan il gran spazio, ove chi 'l sole, chi 'l mar, chi un sasso, chi 'l suo rege cole.
Ma, forse accorta del pensier mio folle in far tal preda, la pudica donna, levatolo di paglie, sí sel tolle in grembo e 'l ricoperse ne la gonna; ché esser d'uomo veduta giá non volle mentre li porge il latte. Poi l'assonna, ed assonnato il bascia, e tornal anco sul strame, a lato un vecchio grave e bianco.
«Lacta, mater, cibum nostrum; lacta panem de coeli arce venientem et pone in praesepium velut piorum cibaria iumentorum». AUG.
Ma non sí tosto giú posato l'ave, ch'un giovenetto a lato, in veste bruna, qui sotto entrando porta un grosso trave di ponderosa croce, ed altri d'una colonna carco; e dopo loro grave e longa tratta d'angioli s'aduna intorno del presepio, lagrimosa, ciascun in man avendo una sol cosa:
questo di spine una corona, quello sopra la canna una spongia bibace; chi un chiodo, chi una sferza, chi 'l martello, chi l'asta, chi la fune, chi la face. La donna, quando i vide, in atto bello presto si leva e vereconda tace. Quelli non men di lei onor le fanno, poi taciti al fanciullo intorno stanno
(dorm'egli) in atto di basciarlo mille e mille volte, né esserne satollo: par che nettar, ambrosia e manna stille da gli occhi soi, dal mento, fronte e collo! Eran le cose in modo allor tranquille, ch'al mondo non sentivi un picciol crollo, come se con la notte l'universo stesse nel sonno, co' l'infante, merso.
«O iugum sancti amoris, quod dulciter capis, gloriose laqueas, suaviter premis, delectanter oneras, fortiter stringis, prudenter erudis!». BERNARD.
Ma dopo alquanto indugio, ecco 'l piccino subitamente non so chi disturba. Egli alza il guardo e vedesi vicino cinger intorno la celeste turba, ch'ognun sta penseroso e 'n terra chino, con quelle orribil armi; onde si turba nel volto il bel sembiante e di spavento piange, tremando come fronda al vento.
Sí come al vento foglia, trema e piange, né 'l viso piega mai da quella croce; e mentre qui si dole, cruccia ed ange, quattro angioletti in lagrimosa voce incomenciar un inno detto il Pange; il qual pensando, ancor m'incende e cuoce de l'amoroso foco, il cui soggetto spezza di fiera non che d'uom un petto.
Divi Ambrosii hymnus.
Non fu giá pietra in quelle mura (pensi un cor gentil ch'esser dovea la madre!) che non s'intenerisse ai forti intensi gemiti del fanciullo, a le leggiadre rime di que' cantori. Ond'io con densi sospiri m'avvicino al bianco padre, col qual piangendo mi proposi allotta non mai distormi piú di quella grotta.
Grotta gioiosa, che degnossi 'l cielo partir de le sue cose in mia salute! grotta felice in cui di carne il velo intorno vidi aver l'alta virtute! grotta salúbre, ove servato il stelo di pudicizia nacque, tra le acute mondane spine, il fior tant'anni occulto, di terra uscito senza umano culto!
«Veritas de terra orta est et iustitia de coelo prospexit». DAVID.
Poscia che i quattro spirti bianchi fine poser al Pange lingua gloriosi, quel da la croce, c'ha l'aurato crine, d'avolio il viso e gli occhi sí amorosi, l'ale tessute d'oro e perle fine, dritto si leva in piedi con ritrosi guardi ver' me, stendendo la man destra, e la croce sostien con la sinestra.