Italian poem
Triperuno
A l'increpar umíle del mio Apollo, come uom che cade e sú vergogna l'erge, mi rilevai, mirando quanto armollo di sua potenzia Dio, che, ovunque asperge li aurati raggi, il mondo fa satollo di caldo lume, e ratto che s'immerge a l'altro uscito giá d'un emispero, imbianca quello, e questo lascia nero.
Dies et nox.
Ma non sí tosto il giorno fu dal lume solar causato e nanti mi rifulse, che lá una fonte, qua bagnar un fiume vidi le ripe sue da l'onde impulse: parte stagnarsi e mitigar lor schiume, parte volgersi al mar e l'acque insulse far salse, ove l'orribil Oceáno distende l'ampie braccia di luntano.
In mille parti ruppesi la terra, donde montagne alpestri al ciel ne usciro. Quinci una valle, quindi un lago serra de' colli e piagge qualche aprico giro. L'alto profundo mar giá non pur erra la sua consorte che rotonda miro, anzi, fatta la via per calle stretto, in grembo a lei si fece agiato letto.
Giá d'erbe, fiori, piante e de' virgulti la terra d'ogn'intorno si verdeggia; quai poggi erbosi, e quai lor gioghi occulti han di frondose cime, e qual pareggia monte le nebbie. Ma de' boschi adulti ecco giá sbuca l'infinita greggia de gli animali: chi presto, chi pegro, chi fier, chi mansueto, o bianco o negro.
Anco d'augelli un'alta copia vidi sciolti vagar per l'aere, ed altri tanti su per le frondi e macchie tesser nidi o rassettar col becco li aurei manti (non è poggetto e riva, che non gridi lor vari e ben proporzionati canti), altri lasciare il volo e al nuoto darsi e, in acque scesi, d'augei pesci farsi.
Stavami affiso, e nel mirar un dolce pensier alto diletto m'apportava: gran cosa il mondo, e piú chi 'l guida e molce troppo mi parve allor, e ch'ei non grava né l'un né l'altro polo che lo folce, e ch'un sí magno artefice l'inchiava! Né fu mirabil men, che de niente pender lo vidi ad alto incontanente.
Subita rerum creatio.
«Nemo quaerat ex quibus ista materiis tam magna tamque mirifica opera Deus fecerit. Omnia enim fecit ex nihilo». LACTANT.
Tra nulla e tutto 'l mondo alcun indugio, quantunque pargoletto, in Dio non cape. Or stracco di stupir non piú m'indugio: ma, vòlto il passo ad un pratel che d'ape tutto risona, dando a lor rifugio sí l'aura dolce come i fior le dape, mi si presenta ratto in bella gonna, ch'esce d'un bosco, sola e grave donna.
Presta ne' gesti, e di sguardo matura, ma piú d'augello ne l'andar spedita, ha vesta bianca, gialla e di verdura, e ciò che 'ncontra tocca e dálle vita. Che nulla a drieto lasciasi procura; e sopraggiunta ov'era l'infinita mandra de l'ape, tutte le raguna, e fece lor non so che, ad un' ad una
Vago di lei saper, non che la causa perché sí or questa or quella cosa tocchi, vadole contra; e poi, di farle nausa temendo, mi ritraggo e basso gli occhi. Ella che accorto m'ebbe fece pausa con le man giunte al ciel e li ginocchi piegati in terra, e tal parole sciolse, che poi finite, a me lieta si volse: