Italian poem
Il Trionfo della Ragione
by Tommaso Crudeli (1702–1745)
Te, che i torbidi tumulti d’aspri cor calmi e correggi, ch’alme atroci e spirti inculti di Ragion pieghi alle leggi, di virtù, di pace amante, te, vogl’io, lira sonante.
Tu traesti in man d’Orfeo, d’Ebro al margine frondoso, fin dal ghiaccio rodopeo popol fiero e sanguinoso tra le nubi d’Emo involto, mostri orrendi in uman volto.
Scorse armonica dolcezza tra selvaggi orridi affetti, e l’indomita fierezza s’ammollì nei duri petti, poi tra gioia e tra stupore imparò leggi d’amore.
Leggi eterne di sapienza, di concordia e di mercé, che alla dolce vïolenza di tue corde Orfeo mescé, occuparono gradite menti alpestri implacidite.
Sacro intepetre dei Dei, io da te la lira prendo: guida, o Cielo, i versi miei, e a virtù già l’alme accendo, a virtù ch’arde divina nel bel sen d’alta eroina.
Ivi in dolce maestà, coronata di splendori, vincitrice di terrori, la Ragione in trono sta.
E da lei guidati e retti anco i più tiranni affetti non disdegnan servitù; ché tra quelle auree catene quel che è mal risorge in bene, quel che è vizio esce in virtù.
Ella a forza di luce e di fuoco i più fieri dell’alma tormenti, gli odî taciti e l’ire frementi muta in riso, in amore ed in gioco.
Contro il mal che dal Fato discende arma il cor di costanza ridente, contro il mal che dall’uomo dipende di prudenza fa scudo alla mente, onde frode maligna è forzata ber la morte a virtù preparata.
Gioia candida che ride all’altrui grazia e beltà, ricco amor che si divide in altrui felicità; candor limpido e la fé a noi dolce, amara ai re, Ragion sparge entro a quel cor: alme al ciel dilette e care per tai vie san solo amare, meritar così l’amor.
Sale al volto, e quello inonda d’almo raggio rilucente, onde gioia è più gioconda, onde grazia è più ridente.
A bellezza (ed ella il sa) ogni cor si piega e cede; ma perché? Perché si crede viva imagin di bontà.
Sai perché suoi dolci accenti son dell’anime il piacer? Ella sa l’arte e i momenti di parlare e di tacer.
Che se tacita ella ci ode, quel silenzio è nostra lode, che se grata ella risponde, quel parlar gioia diffonde: verità dolce-ridente primavera è della mente.
Se di sorte iniqua e dura dallo stral piagato sei, di tuo duol lascia la cura alle Muse, al cielo e a lei.
Sai perché virtude offesa trova in lei ricco tesoro di magnanima difesa e di valida pietà?
Delle Muse il sacro coro tra poetico diletto svelò a lei che ne godé del social provido affetto la gentil necessità.
Della sua patria gloriosa le alte imagini ella imìta, che possente e generosa porge ai regi oppressi aita; or nei dolci affetti suoi siete voi gli oppressi eroi.
Alme belle, oh quanto puole tenerezza entro a quel petto: se al penar vostro si duole, quel dolor si fa diletto.
Se fra tenebre ella mira oppression livida e nera tender l’arco e còr di mira alma candida e sincera,
per valor scopre tremendo d’aurei lampi immenso scudo: vola il raggio, il nembo orrendo s’apre, ed ecco il mostro ignudo.
Dalla man fredda e tremante della Furia anguicrinita cade l’arco, e in un istante vedi, vedila impietrita.
Ben che in quel marmoreo aspetto pur ci sembrino viventi tetro orrore, odio e dispetto, non temiamo, alme innocenti.
Se ci par che al teschio intorno medusei fischin serpenti, in quei crudi è spento il giorno: non temiamo, alme innocenti.