Versos Italian Torquato Tasso O del grand'Appennino (Lucas)

Italian poem

O del grand'Appennino (Lucas)

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O DEL grand’Appennino Figlio picciolo sì, ma glorïoso, E di nome più chiaro assai che d’onde! Fugace peregrino A queste tue cortesi amiche sponde Per sicurezza vengo e riposo. L’alta Quercia che tu bagni e feconde Con dolcissimi umori, ond’ella spiega I rami sì ch’i monti e i mari ingombra, Mi ricopra con l’ombra; L’ombra sacra, ospital, ch’altrui non niega Al suo fresco gentil riposo e sede, Entro al più denso mi raccoglia e chiuda, Sì ch’io celato sia da quella cruda E cieca Dea, ch’è cieca e pur mi vede, Bench’io da lei m’appiatti in monte o ’n valle, E per solingo calle Notturno io mova e sconosciuto il piede; E mi saetta sì che ne’ miei mali Mostra tanti occhi aver quanti ella ha strali.

Ohimè! dal dì che pria Trassi l’aure vitali, e i lumi apersi In questa luce a me non mai serena, Fui de l’ingiusta e ria Trastullo e segno, e di sua man soffersi Piaghe che lunga età risalda appena. Sàssel la glorïosa alma sirena, Appresso il cui sepolcro ebbi la cuna: Così avuto v’avessi o tomba o fossa A la prima percossa! Me dal sen de la madre empia fortuna Pargoletto divelse. Ah! di quei baci, Ch’ella bagnò di lagrime dolenti, Con sospir mi rimembra e de gli ardenti Preghi che se ’n portâr l’aure fugaci: Ch’io giunger non dovea più volto a volto Fra quelle braccia accolto Con nodi così stretti e sì tenaci. Lasso! e seguii con mal sicure piante, Qual Ascanio o Camilla, il padre errante. In aspro esiglio e ’n dura Povertà crebbi in quei sì mesti errori; Intempestivo senso ebbi a gli affanni, Ch’anzi stagion matura, L’acerbità de’ casi e de’ dolori In me rendè l’acerbità de gli anni. L’egra spogliata sua vecchiezza e i danni Narrerò tutti? Or che non sono io tanto Ricco de’ proprj guaj, che basti solo Per materia di duolo? Dunque altri ch’io da me dev’esser pianto? Già scarsi al mio voler sono i sospiri; E queste due d’umor sì larghe vene

Non agguaglian le lagrime a le pene. Padre, o buon padre, che dal ciel rimiri, Egro e morto ti piansi, e ben tu il sai; E gemendo scaldai La tomba e il letto: or che ne gli alti giri Tu godi, a te si deve onor, non lutto; A me versato il mio dolor sia tutto.

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