Italian poem
Discorso secondo
by Ugo Foscolo
Venimmo a lei: O anima Lombarda, Come ti stavi altera e disdegnosa, E nel mover degli occhi onesta e tarda! Ella non ci diceva alcuna cosa: Ma lasciavane gir, solo guardando A guisa di leon quando si posa.
Plas my cavallier Francès E la donna Catalana, E l’onrar del Ginoès E la court de Castellana; Lou cantar Provensalès E la dansa Trivisana, E lou corps Aragonnès E la perla Julliana; La mans e kara d’Anglès E lou donzel de Thuscana.
' C’appari inver l’estate, Le donne te desiano Pulcelle e maritate.
Del bel paese là dove ’l sì suona
Le Donne, i Cavalier, gli affanni e gli agi Che ne invogliava Amore e cortesia,
Me transtulit Anglia Romam Tanquam de terris ad cœlum; transtulit ad vos De tenebris velut ad lucem.
Sim licet agrestis, tenuique propagine natus, Non vacat omnimodâ nobilitate genus. Non præsigne genus, nec clarum nomen avorum, Sed probitas vera nobilitate viget.
Dum Zephirus flabat, multis sociabar amicis; Nunc omnes Aquilo, turbine flante, fugat.
Poichè ti piace, Amore, Ch’eo deggia trovare, Farò omne mia possanza Ch’eo venga a compimento. Dato aggio lo meo core In voi, Madonna, amare, E tutta mia speranza In vostro piacimento. E non mi partiraggio Da voi, Donna valente, Ch’eo v’amo dolcemente; E piace a voi ch’eo aggia intendimento. Valimento mi date, Donna fina, Chè lo meo core ad esso a voi s’inchina.
Ecco pena dogliosa Che nello cor m’abbonda E spande per li membri, Sì che a ciascun ne vien soverchia parte. Giorno non ho di posa Come nel mare l’onda: Core, che non ti smembri? Esci di pene, e dal corpo ti parte: Ch’assai val meglio un’ora Morir, che ognor penare!
Non dico che alla vostra gran bellezza Orgoglio non convenga e stiale bene; Chè a bella donna orgoglio si convene, Che la mantene - in pregio ed in grandezza: Troppa alterezza - è quella che sconvene. Di grande orgoglio mai ben non avvene.
Oh, potess’io venire a vo’, amorosa, Come ’l ladrone ascoso, e non paresse! Ben mi terria in gioia avventurosa, Se Amor di tanto bene mi facesse. I’ ben parlante, Donna, con voi fora, E direi come v’ami dolcemente Più che Piramo Tisbe; e lungamente I’ v’ameraggio, in sin ch’io viva, ancora.
Non era ancor di là Nesso arrivato, Quando noi ci mettemmo per un bosco, Che da nessun sentiero era segnato.
Non frondi verdi, ma di color fosco; Non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; Non pomi v’eran, ma stecchi con tosco. [. . . . . . . . . . . . . . . . . . . ] Io sentia d’ogni parte tragger guai, E non vedea persona che ’l facesse Perch’io tutto smarrito m’arrestai. [. . . . . . . . . . . . . . . . . . . ] Allor porsi la mano un poco avante, E colsi un ramoscel da un gran pruno: E ’l tronco suo gridò: perchè mi schiante?
Dacchè fatto fu poi di sangue bruno, Rincominciò a gridar: perchè mi scerpi? Non hai tu spirto di pietade alcuno?
Uomini fummo, ed or sem fatti sterpi Ben dovrebb’esser la tua man più pia, Se state fossimo anime di serpi.
Come d’un stizzo verde, ch’arso sia Dall’un de’ capi, che dall’altro geme, E cigola per vento che va via;
Così di quella scheggia usciva insieme Parole e sangue; ond’io lasciai la cima Cadere, e stetti come l’uom che teme.
[. . . . . . . . . . . . . . . . . . . ] Io son colui che tenni ambo le chiavi Del cor di Federigo, e che le volsi, Serrando e disserrando, sì soavi,
Che dal segreto suo quasi ogni uom tolsi: Fede portai al glorïoso ufizio, Tanto ch’io ne perdei le vene e’ polsi.
La meretrice, che mai dall’ospizio Di Cesare non torse gli occhi putti, Morte comune e delle corti vizio,
Infiammò contra me gli animi tutti; E gl’infiammati infiammar sì Augusto, Che i lieti onor tornaro in tristi lutti.
L’animo mio per disdegnoso gusto, Credendo col morir fuggir disdegno, Ingiusto fece me contra me giusto.
Per le nuove radici d’esto legno Vi giuro, che giammai non ruppi fede Al mio Signor, che fu d’onor sì degno.
E se di voi alcun nel mondo riede, Conforti la memoria mia, che giace Ancor del colpo che invidia le diede.
[...] udii nomar sè stesso, il padre Mio, e degli altri miei maggior, che mai Rime d’amore usar dolci e leggiadre:
E, senza udire e dir, pensoso andai Lunga fïata rimirando lui, Nè per lo foco in là più m’appressai.
Poichè di riguardar pasciuto fui, Tutto m’offersi pronto al suo servigio Con l’affermar che fa credere altrui.
[...] i dolci detti vostri, Che quanto durerà l’uso moderno, Faranno cari ancora i loro inchiostri.