Versos Italian Ugo Foscolo Frammenti di traduzione dell'Iliade

Italian poem

Frammenti di traduzione dell'Iliade

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Qual se pria da lontan Zefiro spira Negreggiano crescenti onde sovr’onde; Poi viene, e seco tutte urtan la terra. Burrascose mugghiando e dal profondo Curve altissime in vetta a’ promontori Riversansi; e la spuma all’aura freme: Così dense su dense ivan sorgendo De’ Danai le falangi alla battaglia; Cupa al correr de’ piè tremar la terra,

Alto quà e là s’udia sorgere il grido Di ciascun duce alla sua squadra, e tutte Silenzïose, riverenti a’ duci; Nè d’esercito tanto avresti detto Che le schiere nel petto avesser voce: Militava ogni gente insigne d’armi Diverse, e luce discorrea da tutte. Ma qual da greggie immense, entro le chiuse D’opulente signor, ove del pingue Latte sien munte, e van belando a’ lai De’ loro agnelli; tal sorgea confuso E diffondeasi un ulular sul vasto Esercito Iliense ove non una Era voce o loquela; e i tanti aiuti Da varie terre frammescean le lingue, ec.

Ma con l’asta e lo scudo Enea proruppe E a guisa di leon quando più fida Nella sua possa, ei circondava a grandi Passi e da’ Greci custodiva il morto (Pandaro) Che non fosse predato; e d’ogni parte Protendendo lo scudo e lunga l’asta, Lontan voi tutti o chi verrà l’uccido, Vociferava orribile: e il Tidide

Tolse di mole enorme aspro un macigno Tal che non due quai sono oggi i mortali Lo reggerian. Ben ci l’alzava; ei solo Di tanta forza a due man disserrollo Che nell’anca onde scende all’uom la coscia I due tendini franse, e l’osso ch’altri Acetabolo noma, e via si trasse La pelle e grave ripiombò sul campo. Cadde Enea genuflesso; e a farsi al corpo Puntel del braccio il suol premea col pugno, E intorno gli crescea torbida l’ombra: E se di Giove la più bella figlia, Che nel grembo d’Anchise e fra le mandre Innamorata il partoria sull’Ida, Men intenta a guardarlo era da’ cieli, Allor l’eroe periva. Ella di tutte Le nivee braccia sue precinse il figlio, E a larghe falde innanzi a lui diffuse Il suo peplo raggiante, impervio a’ Greci E agli assalti di morte; e sel reggeva Fra il braccio e il seno a traversar la pugna.

Stava agli ardenti alipedi imminente Giuno a redini tese e ad alta sferza

E li percosse; e quei frementi allegri Fra gli astri e il ciel volavano e la terra. E quanto ciel con gli occhi intorno aduna L’uom che mira dall’alpe immenso il mare, Tant’aer prendeano alto sonante a lanci Fra le nubi i cavalli; e in vista al sacro Ilio posaro a’ confluenti fiumi. Qui ratto il Simoi e il placido Scamandro Giungono l’acque a far vïaggio al mare, E qui lasciò di folta aura velati Giuno la biga e i suoi corsieri al prato, E ambrosia il Simoi al lor desìo versava. Quai due tortore van strette e frettose Così radean quelle celesti il piano Finchè giunsero al campo ove schierati Diretro a Diomede eran guerrieri Densissimi; e parean stuol di leoni Intorno a carni sanguinenti, o atroci Porci ferini a provocar la caccia. E Giuno del Tonante altera donna Esclamando parea Stentore in volto Che con lungo boato e ferrea voce Tuonava il grido di cinquanta petti: O belli in arme, Achei; belli e non altro, ec. ec.

A tutta lena Ettore diessi A ritornar su l’orme sue per entro Le vie alte di case, e traversando Troia grande quant’era al piè divenne Dell’altre porte Scee. Quivi alla pugna Gli s’apriva l’uscita; e sciolta in pianto Gli corse innanzi Andromaca e il rattenne, ec. Dall’Ipoplacia Tebe ella con molto Oro dotale al grande Ettore in Ilio Bella, santa consorte era venuta. Unico nato a lei tenero figlio Beltà parea d’astro sorgente, a lato Veniale allora in petto alla nudrice. Scamandrio il padre lo nomò, e l’udiva Appellar dalle genti Astianatte, Quando a Troia era scudo Ettore solo. Silenzioso ei sorridea con tutti Gli occhi mirando al pargoletto; e innanzi Gli si frappose Andromaca, e la destra Pur a due mani gli stringea piangendo: Magnanimo, gli disse, il tuo valore Ti perderà: nè di figliuol lattante Nè di moglie ti duole, ahi fra non molto

Vedova, da che fuggi ove a congiura Tutti stanno gli Argivi a darti assalto E trucidarti. Allor mi t’apri o terra: Unica amica mi sarà la morte. A chi mai per conforto? Ahi tutta al pianto Ettore allor mi lascierai: pur vedi Che madre pia, nè padre pia, nè padre a me non vive. D’Ezïone padre mio nel sangue Bagnossi Achille; gli radea le rocche Di Tebe altera popolosa reggia De’ cilici beati; e forse il tenne Religïon; nè lo spogliò, dell’arme Diello ornato alla pira, e delle glebe Materne all’ossa un tumulo permise, E gli olmi quete intorno ombre gli danno Piantati dalle pie figlie di Giove Oreadi ninfe. Io nel suo tetto un giorno Compagni mi vedea sette fratelli, Ma colti fra le mandre e le tranquille Candide agnelle un’ora sola e Achille Me li rapian. Regina era d’onori La genitrice mia, donna beata, D’Ipoplaco selvosa: indi fu l’una Delle schiave d’Achille. Assai tesoro Pur la redense, e, ritoccato appena Il tetto suo, Diana a me l’uccise. Tu padre a me, fratello sei, tu madre.

Giovine sposo mio, padre al mio figlio M’abbi pietà, ch’io non mi sia straniera Vedova a errar con l’orfano bambino. Tienti alla rocca, a noi, l’armi raduna ec. Taceva Gemendo; e a lei rispose Ettore mesto: Tutto ricordi, o donna mia, ch’io penso, E notte e dì mi tien trista la vita. Ma il volto io temo de’ Troiani, e sento Delle Troiane i lai, se guerreggiando Parrà ch’io badi e che atterrito io fugga. Nol fo, nol voglio e nol potrei; l’abborre L’anima mia. Nacqui alle pugne, appresi A non mai consentir ch’altri ch’io guido Mi preceda ai perigli. E chi de’ Troi, Chi, se non io, vendicherà la grande Gloria del padre mio, la gloria mia? Giorno presento e nella mente il veggo Che perirà la sacra Ilio; che tutto Di Priamo illustre perirà il guerriero Popolo; e Priamo perirà. Nè tanto De’ cittadini miei gemo a quel giorno, Nè del re generoso, o dell’afflitta Ecuba santa genitrice mia, Ne de’ fratelli sì mi duol che molti E gagliardi cadran giovani in guerra, Quanto di te, ec. ec.