Italian poem
III. Osservazioni sul poema del Bardo
by Ugo Foscolo
... all’alto ardir le penne precise il ciel, che, a piú levarlo inteso, due gran fati al suo brando avea sospeso. D’Asia il fato e d’Europa era pendente da quella spada, e trepidava il mondo. Librò, credo, amendue l’Onnipossente, e ponderoso in giú scese il secondo. Sparve l’altro piú lieve e nella mente si rinchiuse di Dio, che nel profondo del suo consiglio or forse il fa maturo, né par che molto restar debba oscuro.
Gli occhi alzando di Ceope al sublime monumento, dell’arte immenso affanno, contra cui le giá stanche e mute lime del tempo vorator dente non hanno, — Venti secoli e venti dalle cime di quella mole a contemplar ci stanno — sclamò l’eroe. L’udi la Fama, e disse: — Cadrá quel masso, non quel detto. — E scrisse.
Questi all’arpa fidava il bardo austero vaticini sdegnosi, e confondea l’arcano canto col fragor del fiume, che lamentoso con vermigli flutti nunzio corre di stragi alla superba Vindobona, e di guerra infauste e dure primizie apporta all’atterrito sire. Pallido intanto sull’Abnobie rupi il sol cadendo, raccogliea d’intorno
dalle cose i colori, e alla pietosa notte del mondo concedea la cura; ed ella, del regal suo velo eterno spiegando il lembo, raccendea negli astri la morta luce e la spegnea sul volto degli stanchi mortali. Era il tuon queto de’ fulmini guerrieri, e ne vagava sol per la valle il fumo atro, confuso colle nebbie de’ boschi e de’ torrenti. Eran quete le selve, eran dell’aure queti i sospiri; ma lugubri e cupi s’udían gemiti e grida in lontananza di languenti feriti, e un calpestío di cavalli e di fanti, e sotto il grave peso de’ bronzi un cigolío di rote, che mestizia e terror mettea nel core.
Delle stelle monarca egli s’asside sul trono della luce, e con eterna unica legge il moto e i rai divide ai seguaci pianeti, e li governa.
Per lui natura si feconda e ride, per lui la danza armonica s’alterna delle stagion, per lui nullo si spia grano di polve che vital non sia.
E cagion sola del mirando effetto è la costante, eguale, unica legge, con che il raggiante imperador l’aspetto delle create cose alto corregge. Togli questa unitá, togli il perfetto tenor de’ vari moti, onde si regge l’armonia de’ frenati orbi diversi, e tutti li vedrai confusi e spersi.
...si svegliano al tremendo nome gli azzurri addormentati...
Lassú, dov’anco il muto arriva gemer del verme che calcato spira, del Nume al fianco siede una diva che, chiusa in negro ammanto, scrive i delitti coronati, e all’ira di Dio presenta delle genti il pianto.
Ti ricorda, incauto sire, ch’anco i regni han morte e tomba. Odi il turbine ruggire, mira il fulmin che giá piomba. Sire incauto, il Giglio spento ti riempia di spavento.
Quei che nulla in alto vede, egualmente il guardo volve di Rodolfo all’unto erede e all’insetto della polve. Di Ridolfo augusto figlio, ti spaventi il morto Giglio.