Versos Italian Ugo Foscolo Il tempo

Italian poem

Il tempo

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Invido Veglio, che di verde e forte Vecchiezza carco e di gran falce armato, Tempo, che sul creato Stendi l’ale tacenti e, mentre al corso Te stesso incalzi e fuggi, Ti rinnovi mai sempre e ti distruggi; Là ne’ secoli eterni entro le fosche Voragini del caos, ove la folta E varia schiera de’ possibil tutti Giacea confusa, e in suo silenzio il cenno Stava aspettando de la man divina, Tu nel torbido mar dell’infinito, Al volo ancor non uso, Notavi in sen d’Eternità rinchiuso. Quando, a la voce del sovran motore, Dal letargo lunghissimo e profondo Si destâr l’esistenze, e dell’abisso

Romoreggiâr dal fondo Le scure immisurabili caverne, Fuggiro a quel romor l’ombre ritrose, Abbandonando la quïete antica, E, mentre al buio del nascente mondo L’alma luce scoprìa la bianca faccia, Gìan brancolando della notte in traccia. Su i discordi elementi Agita allor le mansuete penne L’onnipotente Amore; e fecondata Si squarcia e si dilata L’indigesta materia, e fra il tumulto De le pugnanti particelle emerge Dolce armonìa che le congiunge, e al vario Scontrarsi, urtarsi e combinarsi elice Dal gran contrasto de la massa informe Il vario aspetto delle varie forme. Natura intanto in real cocchio assisa Correa per l’universo, e la seguìa De gli enti la moltiplice famiglia: Splendeano gli astri, e variamente attratti Seguìan le forze del maggior pianeta, E scotean le comete in lunga traccia, De’ regolati errori entro il confine, L’ardenti code e il tremolante crine. Allor l’immota Eternità si scosse E dal seno gittò nobile figlio

E de’ momenti a lui cedeo l’impero. Tu fosti, o Tempo; e primo Di tante meraviglie ammiratore, Ne’ vasti spazii del creato intero Lanciasti il guardo e dispiegasti il volo; E a seconda del Sol temprando il moto De’ tuoi rapidi vanni, A produr cominciasti i giorni e gli anni. Pria ne’ campi ridenti D’Eden, ch’eterna primavera infiora, Quando il padre primiero e la consorte Vivean felici d’innocenza a lato, I giorni conducesti almi e sereni, Sacri ai dolci concenti, A i bei diporti ameni, A i soavi colloquii, e non lasciavi, Di gustato piacer dopo il contento, La stanchezza, la noia e il pentimento. E quando poi la sera Col vacillante lume Di modesto color vestia d’intorno Il monte e la campagna, E al placido riposo Que’ fidi amanti ad invitar venia; Tu nell’antro odoroso Le tacite guidavi ore notturne Del nuzial mistero confidenti,

E i bei sogni tranquilli, Onde l’alme de’ sensi pellegrine Godessero d’un bene errante e vago Nel sonno ancor la dilettosa immago. Tu promettevi intatte Su le guancie di latte Fiorir d’eterna gioventù le rose; Nè minacciavi di solcar la fronte Con aspre orme rugose: Vecchiezza non spargea di neve il biondo Lungo crine sugli omeri cadenti; Nè gravoso abbattea degli anni il pondo Il vigor de le membra e de la mente, Chè de l’età diverse La vicenda volubile e fugace Era indistinta e sconosciuta ancora, E nell’alma del par che nella spoglia, Benchè terrena e frale, Vivea l’uomo immutabile, immortale. Ma poi che da le cupe inferme grotte Alzò la colpa le funeste penne, E a conturbar pervenne De la pace il soggiorno e del piacere, Tu, cangiando l’aspetto, Ti ribellasti all’uomo Dal suo fallir già domo, E mezzo divenisti all’infelice

Sol d’affanni, di stento e di fatica; E a farti più terribile e più forte Tu chiamasti compagna anche la Morte. Indarno allora da le tue ferite Le genti sbigottite Cercâr sottrarsi e radunarsi insieme; Scavâr le fosse, sollevâr le mura, Fabbricâr le città, dettâr le leggi, Onde l’età futura Il socìal concerto Mantenesse infrangibile ed eterno. Andâr sossopra i regni al rovinoso De’ secoli torrente, e l’uomo, ahi stolto! Secondò involontario il tuo disegno; E in cruda guerra armato Accelerò il suo fato, e giacque oppresso Più dal proprio furor che da te stesso. Dell’universo nell’immensa faccia, Di quattro monarchie surse a le stelle L’alta mole orgogliosa: Tu con occhio d’invidia e di minaccia Torbido la guatasti; E il Perso, il Greco ed il Romano e tutto Il furor de’ barbarici trioni Stimolasti all’assalto e alla ruina. Crollò sui piè mal ferma e rovesciosse; Tremò l’Europa con le due sorelle,

E a quel tremar si scosse L’America divisa e si compiacque, Che occulta ancor giacea In remoto confine D’ambizion superba a le rapine: Ma non andar fastoso Di tue conquiste, o Tempo! Fra nuvole di folgori e di lampi, Sull’ale a un cherubin rapido scende L’inesorabil Dio de le vendette: Gli sguardi volge maestosi e lenti AI tremante universo; accenna quindi Ai quattro opposti venti; E con voce di tuon grida: si faccia L’adempimento de la mia minaccia. E traboccar ruggendo Ecco le vampe dell’eterno sdegno, E natura sentir l’angoscie estreme: Van con fracasso orrendo Dall’orbita natia svelte le stelle Pel firmamento ad azzuffarsi insieme. . . Ahi! dove siete, o Soli? Dove fuggisti, o Terra? Io più non veggo Che un mar di fiamme procellose, e dentro Naufragarsi i pianeti e l’universo. Alla feral confusïon succede Spaventoso silenzio, e sol di fumo

Di polve e di faville Immensa nube e formidabil ombra, L’ampie ruine orribilmente ingombra. E dove, o Tempo, ti nascondi? Hai forse De la natura moribonda orrore? In van: fissa è nel Cielo Anche la tua ne la comun ruina. Io già cader ti veggo, L’armi e le penne abbrustolate ed arse. Ritorna al nulla, e rendi L’impero de’ momenti a Eternitade; E, in queste di natura orror profondo, Spento t’assorba l’atterrato mondo.