Italian poem
La Chioma di Berenice tradotta
by Ugo Foscolo
Quei che spiò del mondo ampio le faci Tutte quante, e scoprì quando ogni stella Nasca in cielo o tramonti, e del veloce Sole come il candor flammeo si oscuri, Come a certe stagion cedano gli astri, E come Amore sotto a Latmii sassi Dolcemente contien Trivia di furto E la richiama dall’aëreo giro, Quel Conon vide fra’ celesti raggj Me del Berenicéo vertice chioma Chiaro fulgente. A molti ella de’ Numi Me, supplicando con le terse braccia, Promise, quando il re, pel nuovo imene Beato più, partia, gli Assirj campi Devastando, e sen gía con li vestigj Dolci vestigj di notturna rissa La qual pugnò per le virginee spoglie. Alle vergini spose in odio è forse Venere? Forse a’ genitor la gioja Froderanno per false lagrimette Di che bagnan del talamo le soglie Dirottamente? Esse non veri allora. Se me giovin gli Dei, gemono guai. Ben di ciò mi assennò la mia regina Col suo molto lamento allor che seppe
Vòlto a bieche battaglie il nuovo sposo: E tu piangesti allora il freddo letto Abbandonata, e del fratel tuo caro Il lagrimoso dipartir piangevi. Ahi! tutte si rodean l’egre midolle Per l’amorosa cura; il cuore tutto Tremava; e i sensi abbandonò la mente. La donzelletta non se’ tu ch’io vidi Magnanima? Lo gran fatto obbliasti, Tal che niun de’ più forti osò cotanto, Però premio tu n’hai le regie nozze? Deh che pietà nelle parole tue Quando il marito accommiatavi! Oh quanto Pianto tergeano le tue rosee dita Agli occhi tuoi! Te sì gran Dio cangiava? Dal caro corpo dipartir gli amanti Non sanno mai? Tu quai voti non festi, Propiziando con taurino sangue, Per lo dolce marito agli Immortali S’ei ritornasse! Ne gran tempo volse Ch’ei dotò della vinta Asia l’Egitto. Per questi fatti de’ celesti al coro Sacrata, io sciolgo con novello ufficio I primi voti. A forza io mi partia, Regina, a forza; e te giuro e il tuo capo: Paghinlo i Dei se alcuno invan ti giura; Ma chi presume pareggiarsi al ferro? E quel monte crollò, di cui null’altra Più alta vetta dall’eteree strade lLa splendida di Thia progenie passa, Quando i Medi affrettaro iganoto mare
E con le navi per lo mezzo Athos Nuotò la gioventù barbara. Tanto Al ferro cede! or che poriano i crini? Tutta, per Dio! de’ Calibi la razza Pera, e le vene a sviscerar sotterra E chi a foggiar del ferro la durezza A principio studiò. — Piangean le chiome Sorelle mie da me dianzi disgiunte 1 nostri fati, allor che appresentosse Rompendo l’aer con l’ondeggiar de’ vanni Dell’Etïope Mennone il gemello Destrier d’Arsinoe Locrïense alivolo: Ei me per l’ombre eteree alto levando Vola, e sul grembo di Venere casto Mi posa: ch’ella il suo ministro ( grata Abitatrice del Canopio lito) Zefiritide stessa avea mandato Perchè fissa fra’ cerchi ampli del cielo La del capo d’Arianna aurea corona Sola non fosse. E noi risplenderemo Spoglie devote della bionda testa. Onde salita a’ templi de’ Celesti Ruggiadosa per l’onde, io dalla Diva Fui posto fra gli antichi astro novello. Però che della Vergine, e del fero Leon toccando i rai, presso Callisto Licaonide, piego all’occidente Duce del tardo Boote cui l’alta Fonte dell’Oceano a pena lava. Ma la notte perchè degli Immortali Mi premano i vestigj, e l’aurea luce
Indi a Tethy canuta mi rimeni, (E con tua pace, o Vergine Raunusia, Il pur dirò: non per temenza fia Che il ver mi taccia, e non dispieghi intero Lo secreto del cor; nè se le stelle Mi strazin tutte con amari motti) Non di tanto vo lieta ch’io non gema D’esser lontana dalla donna mia Lontana sempre! Allor quando con ella Vergini fummo, io d’ogni unguento intatta, Assai tesoro mi bevea di mirra. O voi, cui teda nuzïal congiunge Nel sospirato dì, nè la discinta Veste conceda mai nude le mamme, Né agli unanimi sposi il caro corpo Abbandonate, se non versa prima L’onice a me giocondi libamenti; L’onice vostro, voi che desïate Di casto letto i dritti: ah di colei Che sé all’impuro adultero commette Beva le male offerte irrita polve! Che nullo dono dagli indegni io merco — Sia così la concordia, e sia l’amore Ospite assiduo delle vostre sedi. Tu volgendo, regina, al cielo i lumi Allor che placherai ne’ dì solenni Venere diva, d’udorati unguenti Lei non lasciar digiuna, e tua mi torna Con liberali doni. A che le stelle Me riterranno? O! regia chioma io sia E ad Idrocoo vicin arda Orïone.
Me quell’istesso ancor saggio Canone Splender già vide, e a tutti ajj’erma e dice Ch’io son nella celeste regione, Io che chioma già fui di Berenice: Ma poi le bianche braccia al ciel distese E offrimmi a Numi in voto, ahi! l’infelice.
E dessa a molti Dii le terse e nitide Braccia tendendo, in voto allor promisemi Che il re distretto appena a lei co’ vincoli D'imeneo ....
Forse non tu solinga il letto vedovo Ma del caro german l' amara e febile Division piangesti. = Ove vedi la nota.
Quali i/npromesse allor non senza vittime
Taurine festi a ciascun Dio se al patrio Suol ritonasse il caro sposo e l' Asia Doma in breve aggiungesse al regno Egizio.
Per lui quel monte sovra tutti altissimo Cui la chiara calcò di Ftia progenie. = Vedi la nota.
Portando impresse le vestigia dolci Della rissa notturna poiché sciolta La fascia virginal ebbe a la nuora
— Le poc'anzi tronche Chiome mie suore il mio destin piangeano, Quando l'alato Corridore Locrico Ad Arsinoe s’offerse.
Tu, reina, qualor mirando in cielo Venere placherai ne' dì solenni Non offrir sangue a me che a lei non piace; Non far ch’io sia senza profumi, e tuo Nume mi rendi con più larghi doni. —