Italian poem
Le rimembranze
by Ugo Foscolo
E questa è l’ora: mormorar io sento Co’ miei sospiri in suon pietoso e basso Tra fronda e fronda il solitario vento. E scorgo il caro nome, e veggo il sasso Ove Laura s’assise, e scorro i prati Ch’ella meco trascorse a passo a passo. Questa è la pianta che le diè i beati Fior ch’ella colse, e con le molli dita Vaga si fe’ghirlanda ai crini aurati; E questo è il conscio speco,e la romita Sponda cui mesto Iambe un fonte e plora, E i ben perduti a piangere m’invita. Qui de’ più gai colori ornossi Flora, Qui danzano le Gruzie, e qui ridente A mirar la mia donna usci l’Aurora. E qui la Luna cheta e risplendente Guatonne, e rise; e irradió quel ramo Ove ba nido usignol dolce gemente: E scosso l’augellin, mentre ch’io: «T’amo» A Laura ripetea, ridir s’udia Ne’ suoi dolci gorgheggi: «Io t’amo, io t’amo.» O sacra rimembranza, o della mia Prima felicità tenera imago, Cui Laura forse a consolaran invia, Vieni: tu vedi solilario e vago Il giovin vate, che piangendo porta, Ahi! d’affanni più gravi il cor presago. Già s’avanza la Sera, e la ritorta Conca tien nella destra, e di rugiade Le languid’erbe e i fiori arsi conforta. E il Sol, che all’oceán fiammeo ricade, Varie tinge le nubi, e lascia il mondo A l’atra Notte che muta lo invade: E tutto è mesto: e dal cimmerio fondo S’alzan con l’Ore negre e taciturne Oscuritale e Silenzio profondo. — Era l’istante che su squallide urne Scapigliata la misera Eloisa Invocava le afflitte ombre notturne; E sul libro del duolo u’ stava incisa Eternitade e Morte, a lamentarsi Veniva Young sul corpo di Narcisa; Ch’io smarrito in sembiante, e aperti ed arsi I labbri, e incerto i detti, e gli occhi in pianto, Coi crin sul fronte impallidito sparsi, Addio diceva a Laura; — e Laura intanto Fise in me avea le luci, ed agli addio, Ed ai singulti rispondea col pianto.... E mi stringea la man: — tutto fuggìo Della notte l’orrore, e radïante Io vidi in cielo a contemplarci Iddio. E petto unilo a petto palpitante, E sospiro a sospir, e viso a viso, La bocca le baciai tutto tremante. E quanto io vidi allor sembrommi un riso Dell’universo; e le candide porte Disserrarsi vid’io del Paradiso. Deh! a che non venne, e l’invocai,la morte?