Versos Italian Ugo Foscolo Parallelo fra Dante e Petrarca

Italian poem

Parallelo fra Dante e Petrarca

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Ma ben ti prego, che ’n la terza spera Guitton saluti, e messer Cino, e Dante, Franceschin nostro, e tutta quella schiera. Son. 246

Così or quinci, or quindi rimirando Vidi in una fiorita e verde piaggia Gente, che d’amor givan ragionando. Ecco Dante, e Beatrice; ecco Selvaggia; Ecco Cin da Pistoia; Guitton d’Arezzo. — Ecco i duo Guidi, che già furo in prezzo; Onesto Bolognese; e i Siciliani.

Nè sì nè no nel cor dentro mi sona. - Petr. Che sì e no nel capo mi tenciona. - Dante At war twixt will and will not. - Shakespeare.

In gran tempesta di pensieri ondeggia.

Parla, e sii breve et arguto.

Or ti riman, lettor, sopra il tuo banco, Dietro pensando a ciò che si preliba, S’esser vuoi lieto assai prima che stanco, Messo t’ho innanzi; ormai per te ti ciba.

Se io avessi le rime et aspre e chiocce, Come si converrebbe al tristo buco, Sovra il qual pontan tutte l’altre rocce, Io premerei di mio concetto il suco Più pienamente, ma perch’io non l’abbo, Non senza tema a dicer mi conduco. Chè non è impresa da pigliare a gabbo Descriver fondo a tutto l’universo, Nè da lingua che chiami mamma o babbo. Ma quelle donne aiutino il mio verso, Che aiutaro Anfione a chiuder Tebe, Sì che dal fatto il dir non sia diverso.

O anime affannate, Venite a noi parlar, s’altri nol niega. Quali colombe dal disio chiamate, Con l’ali aperte e ferme, al dolce nido Vengon per l’aere dal voler portate.

A te vetuste età, terre longinque Tramandano le care opre del genio,

E i lavori do l’arte; a te che in mano D’ogni umano saper tieni la chiave. Portinaia fedel de la sua cella. Tuo vegliar pertinace il freddo scaccia Sgomento;c obblio da la vestal tua lampa I perenni alimenti va lambendo.

Siedon le muse su le tombe, e quando Il tempo con sue fredde ali vi spazza I marmi e l’ossa, quelle Dee fan lieti

Di lor canto i deserti, e l’armonia Vince di mille e mille anni il silenzio.

Assisa, o Dea, sorriderai secura Su le rovine, e allumerai tua face A la funerea pira di natura.

O ciechi, il tanto affaticar che giova? Tutti tornate alla gran madre antica, E ’l nome vostro appena si ritrova.

La vostra nominanza è color d’erba Che viene e va, e quei la discolora Per cui ell’esce della terra acerba.

Pallida no. ma più che neve bianca — Parea posar come persona stanca.

Quasi un dolce dormir ne’ suoi begli occhi, Sendo lo spirto già da lei diviso — Morte bella parea nel suo bel viso.

In un mar d’aurea luce abbacinate.

Stiamo, amor, a veder la gloria nostra, Cose sopra natura altere e nove: Vedi ben, quanta in lei dolcezza piove; Vedi lume, che ’l cielo in terra mostra. Vedi quant’arte dora, e ’mperla, e ’nnostra l’abito eletto, e mai non visto altrove; Che dolcemente i piedi, e gli occhi move Per questa di bei colli ombrosa chiostra. L’erbetta verde.ci fior di color mille Sparsi sotto quell’elce antiqua e negra. Pregan pur, che ’l bel piè li prema, o tocchi; E ’l ciel di vaghe e lucide faville S’accende intorno, e ’n vista si rallegra D’esser fatto seren da sì begli occhi.

Una donna soletta che si gìa Cantando et iscegliendo fior da fiore; Ond’era pinta tutta la sua via. Deh! bella donna, che a’ raggi di amore Ti scaldi, s’io vo’ credere a’sembianti Che soglion esser testimon del core, Vegnati in voglia di traggerti avanti, Diss’io a lei, verso questa rivera, Tanto ch’io possa intender che tu canti. — Come si volge colle piante strette A terra et intra se donna che balli, E piede innanzi piede appena mette, Volsesi in su’ vermigli et in su’ gialli Fioretti verso me, non altrimenti, Che vergine che gli occhi onesti avalli; E fece i preghi miei esser contenti, Sì appressando sè, che il dolce suono Veniva a me co’ suoi intendimenti.

Era già l’ora che volge il disio Ai naviganti, e intenerisce il core Lo dì che han detto a’ dolci amici addio; E che lo novo peregrin d’amore Punge, se ode squilla di lontano, Che paia il giorno pianger che si more.

Stese la notte il velo tenebroso Su la terra e sul mar. Vigili allora Verso l’Orse mirarono e Orione Da poppa i marinari. Il peregrino, E chi delle città veglia alle porte Punge brama di sonno; e grave intanto Dell’orba madre per le membra serpe Triste un letargo, e in cor svegliasi acuto De’ morti figli il desiderio.

E i naviganti in qualche chiusa valle Gettan le membra, poichè ’l sol s’asconde. Sul duro legno, e sotto l’aspre gonne.

Ma io. perchè s’attuffi in mezzo l’onde, E lassi Ispagna dietro alle sue spalle, E Granata, e Marrocco, e le Colonne, E gli uomini e le donne, E ’l mondo, e gli animali Acquietino i lor mali, Fine non pongo al mio ostinato affanno: E duolmi, ch’ogni giorno arroge al danno Ch’i’son già pur crescendo in questa voglia Ben presso al decim’anno: Nè posso indovinar chi me ne scioglia.

Quando, percossa da terror, s’invola Dal tuo volto la speme, e la gigante Doglia ne ingombra il voto orrendo sola.

E più l’ingegno affreno ch’io non soglio, Perchè non corra che virtù nol guidi. - Inf. Più non mi lascia gire il fren dell’arte. - Purg.

Che li fa ciò che quivi si pispiglia? — Lascia dir le genti Sta come torre fermo, che non crolla Giammai la cima per soffiar de’ venti.

Lo collo poi con le braccia mi cinse, Baciommi in volto, e disse. Alma sdegnosa! Benedetta colei che in te s’incinse.

Si conduce a tremar per ogni vena Più non dirò, e oscuro so che parlo; Ma poco tempo andrà che i tuoi vicini Faranno sì, che tu potrai chiosarlo

Fe’ dolce l’ira sua nel suo segreto.— Taci e lascia volger gli anni: Sì ch’io non posso dir se non che pianto Giusto verrà di retro a’ vostri danni.

Egli non ci diceva alcuna cosa; Ma lasciavane gir, solo guardando, A guisa di leon, quando si posa.

Il poema sacro, A cui han posto mano e cielo e terra, Sì che lo ha fatto per molli anni macro.

Mentre ch’io era a Virgilio congiunto Su per lo monte che l’anime cura, E discendendo nel mondo defunto, Dette mi tur di mia vita futura

Parole gravi; avvegna ch’io mi senta Ben tetragono ai colpi di ventura. — Ben veggio, padre mio, sì come sprona Lo tempo verso me. per colpo darmi Tal ch’è più grave a chi più s’abbandona: Perchè di provedenza è buon ch’io m’armi. — O sacrosante Vergini, se fami, Freddi o vigilie mai per voi soffersi, Cagion mi sprona ch’io mercè ne chiami. Or convien che Elicona per me versi. Ed Urania m’aiuti col suo coro Forti cose a pensar mettere in versi. — E s’io al vero son timido amico. Temo di perder vita tra coloro, Che questo tempo chiameranno antico.

Come sa di sale Lo pane altrui, e come è duro calle Lo scendere e ’l salir per l’altrui scale.

Conscienzia mi assicura, La buona compagnia che l’uom francheggia Sotto l’usbergo del sentirsi pura.

Che la bontà infinita ha sì gran braccia, Che prende ciò, che si rivolve a lei;

E, vigilando nell’eterno die. Sì che notte nè sonno a lui non fura Passo che faccia il secol per sue vie,

Nec tibi sit durum versus vidisse poetae Exulis.

. . . . Avvenga ch’ei sentissi Ben tetragono ai colpi di ventura... Ste’ come torre fermo, che non crolla Giammai la cima per soffiar de’ venti.

I know that all beneath the moon decays; And what by mortals in this world is brought, In time’s great periods shall return to nought. I know that all the muse’s heavenly lays, With toil of sprite which are so dearly bought, As idle sounds, of few or none are sought, That there is nothing lighter than mere praise.

Ma qui tacer nol posso; e per le note Di questa commedia, lettor, li giuro, S’elle non sien di lunga grazia vote, Ch’io vidi per quell’aere grosso e scuro Venir notando una figura in suso, Meravigliosa ad ogni cuor sicuro.

Mordear opprobriis falsis, mutemque colores?

— Quid me perferre palique Indignum coges?

Falsus honor juvat, et mendax infamia terret.