Italian poem
Alla Marchesa Malaspina della Bastia (Lucas)
by Vincenzo Monti (1754–1828)
I BEI carmi divini, onde i sospiri In tanto grido si levâr d’Aminta, Sì che parve minor della zampogna L’epica tromba, e al paragon geloso Dei primi onori dubitò Goffredo, Non è, donna immortal, senza consiglio Che al tuo nome li sacro, e della tua Per senno e per beltate inclita figlia L’orecchio e il core a lusingar li reco, Or che di prode giovinetto in braccio Amor la guida. Amor più che le Muse A Torquato dettò questo gentile Ascreo lavoro; e infino allor più dolce Linguaggio non avea posto quel dio Su mortal labbro, benchè assai di Grecia Erudito l’avessero i maestri E quel di Siracusa e l’infelice Esul di Ponto. Or qual v’ha cosa in pregio Che ai misteri d’Amor più si convegna D’amoroso volume? E qual può dono Al Genio Malaspino esser più grato Che il canto d’Elicona? Al suo favore Più che all’ombre Cirrèe crebber mai sempre Famose e verdi l’Apollinee frondi, ‘ Onor d’imperatori e di poeti. ’ Del gran padre Alighier ti risovvenga, Quando, ramingo dalla patria e caldo D’ira e di bile Ghibellina il petto, Per l’itale vagò guaste contrade Fuggendo il vincitor Guelfo crudele, Simile ad uom che va di porta in porta Accattando la vita. Il fato avverso Stette contra il gran Vate, e contra il fato Morello Malaspina. Egli all’illustre Esul fu scudo: liberal l’accolse L’amistà sulle soglie, e il venerando Ghibellino parea Giove nascoso Nella casa di Pelope. Venute Le fanciulle di Pindo eran con esso, L’Itala poesia bambina ancora Seco traendo, che gigante e diva Si fe’ di tanto precettore al fianco; Poichè un nume gli avea fra le tempeste Fatto quest’ozio. Risonò il Castello Dei cantici divini, e il nome ancora Del sublime cantor serba la Torre. Fama è ch’ivi talor melodïoso Errar s’oda uno spirto, ed empia tutto Di riverenza e d’orror sacro il loco. Del Vate è quella la magnanim’ombra, Che tratta dal desío del nido antico Viene i silenzi a visitarne, e grata Dell’ospite pietoso alla memoria, De’ nipoti nel cor dolce e segreto L’amor tramanda delle sante Muse. E per Comante già tutto l’avea, Eccelsa Donna, in te trasfuso: ed egli, Lieto all’ombra de’ tuoi possenti auspici, Trattando la maggior lira di Tebe, Emulò quella di Venosa, e fece Parer men dolci i Savonesi accenti; Padre incorrotto di corrotti figli, Che prodighi d’ampolle e di parole Tutto contaminâr d’Apollo il regno. Erano d’ogni cor tormento allora Della vezzosa Malaspina i neri Occhi lucenti, e corse grido in Pindo Che a lei tu stesso, Amor, cedesti un giorno Le tue saette, nè s’accorse l’arco Del già mutato arciero; e se il destino Non s’opponeva, nel tuo cor s’apría Da mortal mano la seconda piaga. Tutte allor di Mnemosine le figlie Fur viste abbandonar Parnaso e Cirra E calar sulla Parma; e le seguía Palla Minerva, con dolor fuggendo Le cecropie ruine. E qui, siccome Di Giove era il voler, composto ai santi Suoi studi il seggio, e degli spenti altari Ridestate le fiamme, d’Academo Fe’ riviver le selve, e di sublimi Ragionamenti risonar le volte D’un altro Peripato, che di gravi Salde dottrine, dagli eterni fonti Scaturite del ver, vincea l’antico. Perocchè, duce ed auspice Fernando, D’un Pericle novel l’opra e il consiglio, E la beltate, l’eloquenza, il senno D’un’Aspasia miglior, scïenze ed arti, Che le città fan belle e chiari i regni, Suscitando, allegrâr Febo e Sofia. Tu, fulgid’astro dell’Ausonio cielo, Pieno d’alto saver, splendesti allora, Dotto Paciaudi mio; nome che dolce Nell’anima mi suona, e sempre acerba, Così piacque agli dei, sempre onorata Rimembranza sarammi. Ombra diletta, Che sei sovente di mie notti il sogno, E pietosa a posarti in sulla sponda Vieni del letto ov’io sospiro, e vedi Di che lagrime amare io pianga ancora La tua partita; se laggiù ne’ campi Del pacifico Eliso, ove tranquillo Godi il piacer della seconda vita, Se colà giunge il mio pregar, nè troppo S’alza sull’ali il buon desío, Torquato Per me saluta, e digli il lungo amore Con che sculsi per lui questa novella Di tipi leggiadria; digli in che scelte Forme più care al cupid’occhio offerti I lai del suo pastor fan dolce invito; Digli il bel nome che gli adorna e cresce Alle carte splendor. Certo di gioia A quel divino rideran le luci, Ed Anna Malaspina andrà per l’ombre Ripetendo d’Eliso, e fia che dica: ‘ Perchè non l’ebbe il secol mio! memoria Non sonerebbe sì dolente al mondo Di mie tante sventure. E, se domato Non avessi il livor (chè tal nemico Mai non si doma, nè Maron lo vinse Nè il Meonio cantor), non tutti almeno Chiusi a pietade avrei trovato i petti. Stata ella fora tutelar mio nume La Parmense eroina; e di mia vita, Ch’ebbe dall’opre del felice ingegno Sì lieta aurora e splendido meriggio, Non forse avrebbe la crudel fortuna Nè Amor tiranno in negre ombre ravvolto L’inonorato e torbido tramonto. ’