Italian poem
Fior di mia gioventute
by Vincenzo Monti (1754–1828)
Fior di mia gioventute, Tu se’ morto, nè magico Carme, ahi! più ti ravviva, o fior gentile: E tu, cara Salute, Tu pur mi fuggi, e vendichi Nel rio novembre le follíe d’aprile. Deh riedi, o Dea; perdona Antiche onte, e votiva T’appenderò corona Di fior che l’aure di Brïanza edùcano, O del Lambro la riva.
Piacciati a’ miei desiri Sol di tanto sorridere Che porre un inno sulla lira io possa; Inno, che gaudio spiri, E il cor tocchi dell’Itala Donna, due volte a libertà riscossa. Dono d’amico Dio Riede, e d’auro ha le chiome Il dì che patria anch’io M’ebbi, e soave mi suonò nell’anima Di cittadino il nome.
Nome sacro, onorato, Che tutti abbracci e temperi Dell’uom dritti e doveri in armonía, Onde forza ha lo Stato, E per alterni vincoli La consonanza socïal si cría; Fra i superbi tu suoni Stolta cosa abborrita, E terror metti ai troni: Ma di te sol s’adorna ogni magnanimo, A cui la patria è vita. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .
E con gioia crudele Seguendo sull’atlantica Onda le folte caledonie antenne, Alle perfide vele Pregan contro la gallica Virtù propizie d’Aquilon le penne. Re de’ venti, percoti L’infide prore, e sferra Gli Euri sonanti e i Noti; E tu dell’onde imperator, tu vindice Scotitor della terra,
D’ambrosia rugiadosi Dalle stalle etïopiche Traggi i verdi cavalli, e col tridente, Dei Telchini operosi Fabbricato all’incudine, Svelli, sommergi, Enosigéo possente , La grifagna Albïone. Assai del nostro danno Crebbe avaro ladrone, Che dalle nasse alzossi e dalla burchia Dell’Europa tiranno.
Falsar, mentire, ai patti Romper fede e sospendere, Qual merce in libra, della terra il pianto: Acquistar per misfatti Possanza infame, e al punico Corsal rapire di perfidia il vanto; Ecco l’arte e gl’ingegni Della sleal, che il Franco Valor sfida e gli sdegni Del gran Guerriero, a cui già compra e medita Ferro assassin nel fianco.
Spegneasi al dolce canto Della tebana cetera Il rovente di Giove eterno strale, E sullo scettro intanto L’aquila assisa in placido Sonno i grand’occhi declinava e l’ale. Delle mie corde al suono Prego l’ira si svegli Del celto Giove e il tuono, Fin che col Russo alfin rabbuffi all’anglica Mercatrice i capegli.
Gravar l’empia si spera La terra e il mar, che libero A tutti ondeggia, di servil catena; E già selvosa e nera Di sue tonanti roveri Mugge l’adriaca Teti e la tirrena. Ma di tal padre è nata L’italica Donzella, Che con rigoglio guata I suoi perigli, e ride e danza al fremere Dell’inglese procella.
Ve’ che saltante ed ebra D’alta letizia il candido Natal suo giorno con palestre e ludi Banchettando celébra, Cui dan l’Arti e l’olimpiche Muse la norma, e Aglaia e i Piacer nudi. Nè fra i canti e la polve Circense il rilucente Brando dal fianco solve: Di Marengo ella nacque in mezzo ai fulmini, E il padre in cor si sente.
Tale, allor che con guerra Temeraria tentarono Turbar Giove, e rapirgli il lampo e il tuono I figli della Terra Congiurati a rescindere Del ciel le mura ed il Saturnio trono, Romoreggiando fuora Del divin capo, allegra E nell’armi sonora Balzò Minerva, e la paterna folgore Vibrò secura in Flegra.
Poi del sangue già tersa Degli squarciati Anguipedi Col gran padre esultando al ciel saliva. Di calda strage aspersa, L’asta frattanto e l’egida Lavan cantando sull’Inachia riva Di Pelasgo le figlie; Mentre ancor polverose, E sciolte l’auree briglie, II trifoglio erettéo pascon le vergini Puledre bellicose.