Italian poem
II
by Vincenzo Monti (1754–1828)
Questo candido dì, che i fuggitivi Anni ti cresce, col miglior lapillo Segna, o Macrino, e al Genio offri del pretto. Tu con prece venal cose non chiedi Da non fidarsi, che in disparte ai numi. Ma con tacito incenso il più de’ Grandi Liberà. Non a tutti acconcio torna Toglier dai templi il pissipissi, e aperti Sciorre i voti. Buon nome e senno e fede Alto ognun gli dimanda, e tal che l’oda Lo stranier. Ma tra denti e nell’interno Mormora il resto: oh, se lo zio vedessi Sopra un bel catafalco! oh se d’ôr piena Mi screpazzasse sotto il rastro un’urna Coll’ajuto d’Alcide! oh se potessi Sotterrar il pupillo, a cui succedo Prossimo erede! ché di rogna è zeppo E d’acri umori il meschinel: felice Nerio che mena già la terza moglie! A ben santificar queste preghiere Due volte e tre nel gorgo tiberino Tu mergi il capo la mattina, e purghi
Dentro l’onda la notte. Ma rispondi: Una minuzia vo’ saper. Di Giove Che pensi tu? Nol credi da preporsi? ... — A chi preporsi? — A chi? mo... a Stajo almeno. Se’ forse in dubbio chi miglior dei due Sia giudice, o tutor d’orbi fanciulli? Or questo prego, con che tenti a Giove Piegar l’orecchio, a Stajo il conta. E Stajo, O Giove! griderà, buon Giove! ed anzi Non udrem Giove apostrofar se stesso? Dunque, perchè tonando il fulmin sacro Fiede l’elce, e non te, nè le tue case, Fai per questo pensier te la perdoni? Perchè al bosco cadavere non giaci Triste e vitando, insin che il prete Ergenna Con le fibre d’agnella non t’espia, Dunque per questo la balorda barba Ti dà Giove a strappar? Ma con che prezzo? Con che t’hai compre degli Dei l’orecchie? Con fegatelli, e lardi, ed intestini? Ecco l’ava, o la zia religïosa Toglie il bambin di culla, ed umettato L’infame dito di lustral saliva, Il labbruzzo e la fronte in pria gli purga Di fascini perita arrestatrice. Indi alquanto lo scuote, e supplicando Or ne’ campi Licinj, or ne’ palagi Di Crasso invia la magra speme: e lui Bramin genero un dì regi e regine,
Lui si rapiscan le donzelle, e tutto Che il suo piè calcherà rosa diventi. Non commett’io tai voti alla nutrice, Nè tu, Giove, esaudirli; ancor che tutta In un bianco vestire ella ti preghi. Forza tu chiedi, e fida agli anni tardi Sanità. Così sia. Ma le salcicce, E i gran piatti agli Dei turan l’udito, E rattengono Giove. Ha chi arricchire Con buoi svenati imprende, e su le viscere Mercurio invoca: prospera i miei lari, Prospera il gregge, e i suoi portati. E come, Sciagurato, se squagli entro le fiamme Adipe tanto di vitelle? E pure Con vittime ed opime libagioni Costui perfidia in suo pregar: già cresce La spiga, già l’ovil cresce, già fatta È la grazia, già già: finchè deluso E fuor di speme l’ultimo quattrino Invan sospira della borsa al fondo. Se argenteo nappo, o vaso a gran rilievo D’auro in dono t’arreco, dal contento Tu propio sudi, il cor nel lato manco Spremesi in gocce, e trepida di gioja. Da quì la mente di smaltar ti venne Con auro tríonfal le sacre effigi; Precipui quei tra divi enei fratelli Che invían purgati dal catarro i sogni: A questi tu farai d’oro la barba. L’oro i vasi di Numa, e il rame espulse
Di Saturno, e cangiò l’urne di Vesta, E l’etrusche stoviglie. Oh de’ mortali Alme curve nel fango, e del ciel vote! A chè nostri cacciar vizj ne’ templi, E stimar grato a Dio ciò che gradisce A nostra polpa scellerata? È questa Che le casie stemprossi in guasta oliva, Questa il calabro pel cosse in vermiglio, Questa ne spinse a dispiccar la perla Dalla conchiglia; e monde dalla polve Del fervente metal strinse le vene. Pur s’ella pecca, (e certo pecca) almeno Del peccato si giova. Ma ne’ templi L’oro a che serve? a che per dio? Ne ‘l dite Voi, Sacerdoti. Ciò che appunto a Venere La mimma, che donò la verginetta. Che non piuttosto per noi s’offre ai Numi Ciò che offrir non potrà da sua gran mensa Del gran Messala la perversa prole? Pietà, giustizia, in cor scolpite; i santi Della mente segreti, e caldo petto D’onestà generosa. A me ciò dona, Che al tempio il rechi, e literò col farro.