Versos Italian Vincenzo Monti I

Italian poem

I

by (1754–1828)

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O cure umane! o quanto voto in tutto! Chi leggerà tai ciance? P. Ehi, parli meco? A. Niun certo. P. Niuno? A. O niuno, o due: ve’ brutto Caso. P. E perchè? Polidamante, e seco Le nostre Troe von forse a Labeone Pospormi? Inezie. Se mi scarta il cieco Quirin, tu nol seguir, nè opiníone Storta in tal lance raddrizzar. Te stesso Cerca in te stesso: perciocchè di buone Teste in Roma... Ah se il dir fusse permesso? Ma permesso gli è sì, se l’invecchiate Barbe osservo, e il mal vivere d’adesso, E tutto che facciam, quando lasciate Le noci sputiam tondo: allora allora A chi satire scrive perdonate. A. Nol posso. P. Che far dunque? Il riso fuora Della milza mi scoppia. — In chiusa stanza Noi prosator, noi vati ad or ad ora Qualche cosa scriviam d’alta importanza, Che polmon largo aneli. — E tu bianchito Per nuova toga, e il crine in eleganza,

Indi la gemma natalizia al dito, Quest’alte cose al pubblico cospetto Leggi eccelso, col gozzo ammorbidito Dai gargarizzi, e con svenuto occhietto. E i gran Titi vedrai girsene in guazzo, E smodarsi, e applaudir tutti in falsetto, Come il verso ne’ lombi entra, e in gavazzo Mette gl’imi precordj. E alle costoro Orecchie tu dai pasco, o vecchio pazzo? All’orecchie di tai, ch’uopo t’è loro, Benché sfrontato, gridar: basta? — Oh bella! Che val ch’io faccia del saper tesoro, Se il fregolo che il corpo mi rovella, Se questo caprifico con me nato Non sbuccia dalla rotta coratella? — Ecco dunque il perché smorto e grinzato T’ha lo studio! O costumi! E fia che resti Nulla il saper se altrui non è svelato? — Bello è l’ir mostro a dito, e udir: gli è questì. L’andar dettato a lezíon di cento Nobili intonsi per sì poco avresti? — Ecco, tra il ber, di carmi aver talento I satolli Quiriti; ecco un cotale, Che involto in giacintin paludamento Ti balbutisce con voce nasale Certi suoi rancidumi, e l’Issifile, La Fillide, o argomento altro ferale Recitando distilla, e per sottile Laringe invia la voce leziosa. Bravo! gridan gli eroi; bravo! gentile!

Or non è veramente avventurosa Di quel vate la cenere? e su l’ossa Più lieve il cippo sepolcral non posa? Non vuoi che l’ombra a quel plauso riscossa Si ringalluzzi, e nascan le víole Dal fortunato rogo e dalla fossa? Tu scherzi, mi rispondi, e non si vuole Poi tanta muffa al naso. Ov’è chi sdegni Alte d’applauso popolar parole? E lasciar versi, che di cedro degni D’acciughe nè d’aromi abbian paura? O tu, chiunque io finsi a’ miei disegni Avversario; non io, se per ventura Scrivo alcun chè di meglio, (e raro uccello È questo meglio nella mia scrittura) Non io temo la lode, chè baccello Non son: ma dell’onesto io non colloco L’ultimo fin ne’ tuoi: oh bravo! oh bello! Pesa quel bello: a che riesce il gioco? L’Ilíade d’elleboro bríaca D’Azzio i’ non vengo a sdolcinar; tampoco L’elegíuzze, che indigesto caca Il patrizio, nè quanto altri in forbito Desco di cedro a scrivacchiar si sbraca. In tavola tu sai caldo arrostito Dar di scrofa il saíme, e al lodatore Morto di freddo un ferrajol sdruscito. Parlami il ver, gli dici, ho il vero a core. Come parlarlo? Il vuoi da me? La fogna D’un ventre sporto un piede e mezzo in fuore

Ti fa dir gofferie, che fan vergogna, Vate spelato. Te felice, o Giano, Cui le terga beccò niuna cicogna; Nè del ciuccio imitò mobile mano L’orecchie, nè la lingua sizíente D’Apula cagna beffator villano. Ma tu patrizio sangue, che veggente Non hai la nuca, volgiti e t’invola Al rider che ti fa dietro la gente. — Roma che dice. — Uh! che ha da dir? Che or cola Molle il tuo verso, egual, liscio sì bene, Ch’aspra ugna non v’intacca: ogni parola Tiri a fil di sinopia: o regie cene, O il vizio biasmi, o il lusso, di gran lampo Febeo la Musa il suo cantor sovviene. Ecco d’eroici sensi menar vampo Cianciator grecizzante; e lo stivale Non sa un bosco schizzar, dire un bel campo, Corbe, porci, capanne, e le di Pale Fumanti stoppie; donde Remo uscío, E tu logrante al solco il vomerale, Quinzio, cui la consorte ansia vestío Nanti a’ buoi dittator, mentre il littore Riconducea l’aratro. Affedidio Bravo poeta! V’ha chi scritta in core Tien d’Accio la Briseide venosa; Tal altro di Pacuvio è ammiratore, E dell’Antiope sua bittorzolosa Il cor gramo soffulta di sventura. Or come vedi i lippi padri a josa

Insinuar ne’ figli esta lordura, Chiedi tu donde viene alla favella Questa sì rancia del parlar frittura? Questo smacco di stile, a cui la bella Guancia lisciato, e di piacer furente Per le panche il zerbino ti saltella? Orator di canuto e reo cliente, Onta non hai del non saper salvarlo, Se non t’odi quel fiacco, egregiamente? Se’ ladro, un dice a Pedio. A refutarlo Pedio che fa? In antitesi a capello Libra i suoi furti. E allor lodarlo, alzarlo Perchè ben pianta i tropi. Oh questo è bello! Bello? ehi, Quirin! se’ forse in frega andato? E i’ movermi? io trar fuori il quattrinello Se cantando mel chiede un naufragato? Porti agli omeri il voto nelle rotte Vele dipinto, e canti, o sciagurato? Pianga lagrime vere, e non la notte Parate, chi a suoi lai mi vuole inchino. — Ma nerbo cresce e grazia alle mal cotte Rime. — Oh! si vede. Il Berecinzio Atino, Bella chiusa di verso! e mi s’accosta Quel che il glauco Nereo spacca delfino. Così, sottrammo al lungo Apennin costa Dolce assai. — Ma non è voto midollo Canto l’armi e l’eroe, e tutta crosta? — Certo: un ramaccio in gran sughera frollo. — Quali adunque son versi in tuo pensiero Molli, e da dirsi inflesso alquanto il collo?

Mimallonj rimbombi i corni empiero Ritorti; ed Evio una Baccante intuona Presta a tagliar la testa a toro altero; E la Menade insana, che scozzona Coi corimbi la lince, Evio ripete; La reparabil Eco al suon risuona. Or se scorresse in noi delle segrete Pallottole paterne un solo spruzzo, Queste mattezze si farian? Vedete Peregrino giojel, che sul labbruzzo Nuota stemprato a fiore di saliva! Menade, e Atino in molle! e il poetuzzo Nè scaffal batte, nè rode ugna viva. A. Ma con mordace verità, chè vale Punger tenere orecchie? E se t’arriva, Che si ghiaccin de’ grandi a te le scale? Statti all’erta: la lettera canina Nei nasi illustri ringhia. P. Una cotale Merce la sia per me dunque divina. Non m’oppongo: allegría; tutti, sì tutti Siete versi stupendi. A. Or ben cammina. P. Niun quì, dici, a sgravar l’alvo si butti: E tu due serpi vi dipingi, e al piede: Pisciate altrove, è sacro il loco, o putti. Me la batto. Ma che? Libero fiede Lucilio la città; frange il sannuto Dente in Lupo, ed in Muzio: il pel rivede Tutto al ridente amico suo l’astuto Flacco, e per entro al cor ti scherza, esperto Nel sospender la gente al naso acuto.

E s’io fiato è delitto? nè coperto, Nè manco dirla in buca èmmi permesso? A. No. P. Pur la voglio sotterrar quì certo. Ho visto, ho visto, o mio libretto, io stesso: Mida ha d’asin l’orecchie. Un cotal mio Rider da nulla, e mormorar sommesso No con nessuna Iliade per dio Nol baratto. O chiunque hai nelle vene Dell’audace Cratino il brulichío, E d’Eupoli, e del gran vecchio d’Atene Impallidisci su le carte irate, Guarda ancor queste, se per man ti viene Cosa che vaglia. Orecchie vaporate A quelle fonti io cerco, e cor di foco; Non lettor, che in iscarpe inzaccherate Delle greche pianelle si fa gioco, E vuoi dir losco al losco, e si dà prezzo, Chè fatto Edil municipal di poco, Superbo dell’onor ruppe in Arezzo Le false mine. Nè buffon dimando A schernir linee su la polve avvezzo, E calcoli in lavagna; sghignazzando Se proterva bagascia la severa Barba al Cinico svelle. Io costor mando La mane in piazza, e al lupanar la sera.