Versos Italian Vincenzo Monti III

Italian poem

III

by (1754–1828)

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Sempre così? Già chiaro s’introduce Per le finestre il sole, e li spiragli Angusti allarga la diffratta luce. Russiam quanto a schiumar l’ambra, che smagli, Di campano Lieo sarebbe assai, Finchè il gnomon la quinta linea tagli. Cuoce Sirio furente, (a che più stai?) L’arse messi da un pezzo, e tutta è sotto Ai lati olmi la greggia. G. Oh che di’ mai? E fia vero? Ehi di là: quì alcun di botto: Nessun? — La bile allor lampeggia; i piedi Batte il monello, nel gridar sì rotto, Che le bestie ragliar d’Arcadia credi. Già libro, e carta, e canna, e bicolore Liscia membrana nella man gli vedi. Or duolsi che dal calamo l’umore Goccia un po’ grosso, ed or che per infusa Tropp’acqua il nero dell’inchiostro muore; Or la cannuccia, che fa scorbj, incusa. P. Uh poverello! e ognor più poverello! E a tal siam giunti? Per miglior tua scusa

Perchè pari a colombo tenerello, O a regal putto non chiedi la pappa, E ricusi ingrugnato il ninnarello Della nutrice? G. Ma con questa schiappa Scriver poss’io? P. E a cui cre’ tu ficcarla? Tante ambagi a che pro? Ti dai la zappa, Balordo, al piè: degli anni il fior si tarla, Sfuma in effluvio, e tu n’andrai sprezzato. Vaso mal cotto, e ancor verdiccio, parla La sua magagna, se il percuoti, e ingrato Suono risponde. Adesso è tempo, adesso, Finchè limo tu sei molle e bagnato, Che con presto girar non intermesso L’acre ruota ti foggi. G. A che tal cura? Il paterno poder me in grado ha messo Da non temer miseria: ho monda e pura La saliera; di più padella intatta, Onde ai Lari libar senza paura. P. E ciò basta? Ti par cosa ben fatta Romper d’aria il polmon, perchè discendi Millesmo ramo di toscana schiatta? Perchè un Censor, cui tuo sangue pretendi, Trabeato saluti? E dentro, e fuora Io ti conosco: alla canaglia vendi Le tue burbanze. E non vergogni ancora Di vivere la vita dello scinto Natta? Quantunque da scolparsi ei fora. Perchè grullo nel vizio, e i sensi avvinto Di tre dita di lardo ei più non sente La sua jattura, e giù nel fondo spinto

Più non ritorna a galla. Onnipossente Giove, i tiranni non voler punire D’altra guisa tu mai, quando fervente Di venen, li talenta un rio desire. Li strazj la virtù vista, e lasciata. Più lugubre s’udía forse il muggire Del tauro agrigentin? brando d’aurata Trave sospeso forse una cervice Atterrì di diadema incoronata, Più che interno rimorso un infelice Che a sè dica: me lasso! io son perduto! E tremi in cor, sì ch’anco all’amatrice Fedel consorte il perchè sia taciuto? Sovviemmi, che d’oliva io gli occhi ugnea Fanciul, se l’alte di Caton feruto Sentenze recitar non mi piacea; Cui lodar molto il pedagogo iroso, E udir sudante il genitor dovea Con gl’invitati. E a dritto: chè pensoso Non d’altro io m’era allor, chè del sapere Quanto guadagna il sei, quanto il dannoso Asso perde, e mandar netta a cadere Nel brev’orcio la noce, e il più scaltrito Nel rotar del paléo farmi tenere. Ma tu, che scerni il vizio, ed erudito Se’ di quanto il Pecile, di bracati Medi a fresco dipinto, ha profferito; Ove insonni allo studio, e il crin tosati I giovinetti vegliano, di gialle Grandi polente, e di baccel cibati;

Tu, cui mostra alla dritta il miglior calle La Samia lettra, in due rami partita, Tu ancor russi? E col capo su le spalle Cadente, e tutta stirando la vita Sbadigli sì la crapola di jeri, Che par che la mascella abbi scucita? Ma dinne: ad alcun segno i tuoi pensieri, I tuoi strali hai tu dritti? o a’ corbi ir dietro Quà e là con sassi e zolle è tuo mestieri? E vivere a giornata, e innanzi indietro Gir col capo nel sacco? All’epa è vano L’elleboro, se gonfia è fuor di metro. Al mal che viene occorri; e a starti sano Non ti fia d’uopo un monte di monete Promettere a Cratéro. Il come arcano Delle cose, infelici, ah conoscete! L’uom chè sia, perchè nasca, e perchè viva, D’onde partir, dove piegar dovete; Qual regola civil, qual si prescriva Modo all’oro, qual sia desir permesso, L’util fin dove del danaro arriva; Quanto alla patria, e a’ suoi ne va concesso, Qual ti comanda, ed in qual posto il Nume Nell’umana repubblica t’ha messo. Questo impara, nè invidia ti consume Se ricca altrui dispensa olir si sente Di molt’unto, di pepe, e di salume, Dei pingui Umbri difesi, o di clíente Marso grati ricordi; e se il primajo Bugiuol d’acciughe ancor gli spalma il dente.

Qui alcun dirà centuríon caprajo: Quel ch’io so m’è d’assai. Non i’ esser detto Un Arcesila cerco, un pien di guajo Solon, che gli occhi a terra, il mento al petto Brontola seco, ed acri idee maciulla, Col labbro in fuor pesando ogni concetto. E che diavolo alfin pel capo ei rulla? Sogni d’inferma età: nulla crearsi Dal nulla, e nulla ritornar nel nulla. E ciò ti sbianca? e i desinar fa scarsi? — E quì ridere il volgo, e i ragazzoni Crispar tremulo il naso, e smascellarsi. Che un egro dica al Fisico, supponi: Guarda, dottor; la causa m’è nascosa, Ma i polsi andar mi sento a balzelloni: E grave assai nella gola affannosa Pute il fiato; m’esamina ben bene. E quei: ti guarda da stravizzi, e posa. Poiché quetate circolar le vene Sentì l’egroto nella terza notte, Chiede il bagno, e un fiaschetto in pria di lene Sorrentin cionca di patrizia botte. — Che festi, amico mio? Tu m’hai figura Da morto. — È nulla. — Che che sia, dirotte Che porvi tutta ti convien la cura. Ve’ che ti serpe tacito un giallore Su per la pelle. — Tu più ch’io l’hai scura. Non curarmi i miei fatti; il mio tutore L’ho sepolto ch’è un pezzo, e tu sol resti. — Tira innanzi, io mi taccio. — Ito il dottore,

L’altro lo scialbo ventre d’indigesti Cibi infarcito giù nel bagno affonda, L’alito pregno di sulfuree pesti. Indi al soverchio sbevazzar seconda La parlasia, che il calido bicchiere Dalla mano gli sbalza tremebonda. Croscian scoperti i denti, e dalle nere Pendule labbra gli casca il guazzetto. Quindi le tube, e le funeree cere. Steso e beato alfin nel cataletto, E d’aromi inzuppato, irrigiditi Slunga ver l’uscio i piè: poscia in berretto L’indossano i da jer fatti Quiriti. Poni or, misero, al cor la destra, e tenta I polsi. Come van? G. Freschi e spediti. P. Delle mani, e de’ piedi esperimenta L’estremità. G. Son calde. P. A maraviglia. Ma se gran mucchio d’ôr ti si presenta, Se donzelletta di leggiadre ciglia Molle sorrise dal balcon vicino, La díastole, di’, non si scompiglia? Freddo di duri erbaggi ecco un catino, E vil focaccia di farina scossa Da setaccio plebeo. Via, signorino, Proviam la bocca. Ohimè! che ti s’infossa Nel tenero palato una postema, Cui non bisogna esasperar con grossa Bieta. Dici esser sano; ed or la tema D’ariste in guisa il pel t’arriccia, or ratto L’occhio dall’ira disfavilla, e trema.

Bolle il sangue siccome calefatto Per sottoposta vampa; e con le creste Dici, e fai cose, che d’uom propio matto Le giurerebbe il re de’ matti Oreste.