Versos Italian Vincenzo Monti IV

Italian poem

IV

by (1754–1828)

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E a maneggiar tu imprendi la repubblica? (Che sì ragioni il grave Sofo imagina, Cui diro di cicuta beveraggio Spense). E in cui fidi? Il mostra, o del gran Pericle Pupillo. Oh sì davvero; in te fu celere, Più che il pelo, l’ingegno ed il giudizio, E sai che dire, e che tacer. Se fervida Bile a tumulto la canaglia stimola, Tu dunque speri l’acquetar coll’arbitra Maestà della mano? E che dir poscia? Questo, o Quiriti, ingiusto parmi, e pessimo Quello; meglio quest’altro: chè d’ancipite Libra tu sai ne’ gusci il giusto appendere, Sai la retta avvisar quando l’interseca La curva, o falla con piè torto il regolo; E puoi del negro theta il vizio imprimere. Perchè dunque anzi tempo, e indarno lucido Sol nella buccia all’adulante popolo Lisci la coda adulator perpetuo, Quando merti sorbir le prette Anticire?

Quale estimi ben sommo? Il sempre vivere Con lauto piatto, e sotto sole assiduo Profumar la cotenna? Odi rispondere Quella vecchia altrettanto. Or vanne, e spampana: Io son figlio a Dinomaca. Sì? gonfiati. Son bello. — Il sii; a patto che non s’abbia Di te men senno la cenciosa Bauci, Quando al mozzo sbracato grida: impiccati. Gran che! nullo si studia in sè discendere, Nullo: e soltanto a riguardar soffermasi L’appesa al tergo anteríor bisaccia. Dimanderai: conosci di Vettidio Le tenute? — Di chi? — Di quel ricchissimo Che semina in Sabina quanto un nibbio Non girerebbe. — Di lui parli? — Intendesi. Maledetto da Giove, e dal suo Genio Sai che fa? Quando attacca nel crocicchio Il vomere, raschiando con cuor trepido Il vecchio limo al botticello, un gemito Rompe, e in sè dice: i numi me la mandino Buona. Quindi col sal morde le tuniche D’una cipolla, e posta, con gran plauso De’ suoi famigli, una polenta in tavola, Sorbe di morto aceto le filaccia. Ma tu, che trinci altrui, se al sole in ozio L’unta cute sporrai, non visto e prossimo Tal v’avrà, che al compagno dia di gomito, Acre sputando contra il tuo mal vivere, Contra te, che il cotale e delle natiche Ronchi i boschi segreti, e le già fracide

Fiche squaderni del diretro al pubblico. Mentre la felpa profumata pettini Della mascella, perchè poi dall’inguine Raso ti guizza d’ogni pelo il tonchio? Ancorchè cinque palestriti svellano Quella selvaccia, e con mollette affliggano Le flosce chiappe, nò, per verun vomere Una felce siffatta unqua non domasi. Così tagliamo altrui le gambe, e stolidi Diam le nostre a tagliarsi; e così vivesi, Così noi stessi conosciam. Ti macera Occulta piaga il pube, ma ricoprela Largo aurato pendon. Dalla ad intendere Come ti piace, e se puoi, gabba i muscoli Dolorati. — Ma egregio uomo mi predica Il vicinato: non terrogli io credito? — Se visto l’auro, o ghiottoncello, impallidi, Se fai tutto, che detta la prurigine Del menatojo che in amaro tornasi, Se al Puteale il debitor tuo scortichi Cauto usurajo, invan tu porgi al popolo L’avide orecchie. I non tuoi merti ai diavolo, E le ciabatte al ciabattier. Teco abita, E vedrai non t’aver che cenci e zacchere.