Italian poem
In occasione del parto della vice-regina d'Italia
by Vincenzo Monti (1754–1828)
Fra le Gamelie vergini Curatrici divine Del regal parto, e roride D’eterna ambrosia il crine,
Qual negli arcani e taciti Claustri gran diva folgorando appar? O del nemboso Egïoco Armipotente figlia, Ti riconosco al cerulo Baleno delle ciglia E all’ondante su gli omeri Peplo che l’erettèe nuore sudâr. Ma dove, o dea, dell’egida Son l’idre irate, e i lampi Dell’asta che terribile Scuotea di Flegra i campi E l’alte mura iliache, Quando i numi ferìa braccio mortal? Armi, risponde, e turbini Nella rutenia lutta Cessi all’eroe, che fulmina L’acre Scita; né tutta, Né tutta ancor sul barbaro Del vincitor ruggì l’ira fatal. Su la redenta Vistola Gli prepara Bellona I procellosi alipedi, E boreal corona
Tolta a due fronti e fulgida Del sangue che l’avara Anglia comprò. E qui vengh’io, non cupida Di battaglie e di pianto, Ma inerme e di pacifici Studi amica e del canto, Che a far piú lieti i talami Di reine al ciel care Ascra insegnò. Da questa cuna, ov’auspice Fecondità s’asside E alla pensosa e trepida Donna regal sorride, Primo de’ fior porgendole La bruna che spuntò nunzia d’april; Da questa cuna espandesi D’alta clemenza un raggio, Che i mesti padri esilara, Tolti i figli all’oltraggio Di povertà che al misero Chiude le fonti d’ogn’idea gentil. Germe d’eroe, che il pubblico Vóto già vinse e l’ira Placò del fato ausonico, Apri i begli occhi e mira. Disse; e tosto spontanee Su i cardini le porte ecco suonar; Ecco avanzarsi, ed ilari Raggiar celesti aspetti; E si diffonde un subito Odor per gli aurei tetti Che numi annunzia, e insolito Già del petto gli avvisa il palpitar.
Primiero, e iddio bellissimo, Favella il patrio Amore: Cara di dei progenie, È tuo di tutti il core: Salve. E libava un tenero Bacio al bel labbro che le Grazie aprîr. De’ buoni studi il Genio Dicea secondo: I regni Per me son d’auro e splendono: Splendon per te gl’ingegni: Salve. E ligustri e anemoni Sparse che gli orti di Sofia nutrîr. Le due sorelle artefici Sclamâr giulive e schiette: Care son l’arti all’Italo; Tu all’arti in te protette. Salve: mercé del merito Daran gli alunni, che tu svegli, un dí. Sí dicendo, agitarono L’una il vital pennello, L’altra di marmi il fervido Animator scalpello: E di leggiadre immagini Splendor la fronte pueril lambí. Mal note in terra ed ultime,
Ma prime in ciel, le Muse Mossero; e il volto ingenuo Di bel pudor suffuse, Questo alle fibre armoniche Maritâr dilettoso inno d’amor: — Già ne’ fioretti scorrere Di Zefiro l’amica Fa dolce un rio di nèttare, E la gran madre antica Di gioventú s’imporpora Rinnovando del capo il verde onor. Delle celate Drïadi Sotto la man già senti Dentro il materno cortice Scaldarsi i petti algenti; Già sporgonsi, già saltano Fuor della buccia in lor natía beltà. E della luce il provvido Eterno padre e fonte Di vegetanti palpiti Empie la valle e il monte, E ne’ corpi col rutilo Strale la vita saettando va. Oh del bel cielo italico, Amalia, augusto sole! Dell’april tuo benefica Aura è l’amata prole Che già ti ride e suscita
Di maggior frutto le speranze in sen. Odi esultar di giubilo Gl’insubri gioghi, e lieti Benedir le vindeliche Rive. Dagli antri queti L’Isèro echeggia, e libero Concede all’onda salutata il fren. Bella la marzia polvere Di re guerrier sul crine; Bello il lauro tra’ fulmini Cresciuto: e di reine Bella sul crin la pronuba Rosa che il fiato d’Ilitía creò. Grato ai forti lo strepito De’ brandi, e l’improvviso Fragor di tube e timpani: Grato alle madri il riso De’ bamboletti e il roseo Balbo labbruccio che parlar non può. Sudor di Marte è balsamo Del prode alle ferite; Di bambinel la lagrima Strazio è di cor piú mite: Deh! non far mesto, o tenera Vita, il bel seno che soffria per te. Al tuo natal dileguasi, Vedi, ogni nostro affanno. Sorridi, o bella, e calmati. Al ritornar dell’anno
Non sarai sola; e giuralo L’alta fortuna del maggior dei re. Tale del fato interpreti Sciogliean le Muse il canto. In viva onda d’ambrosia Lavò Minerva intanto La pargoletta; e l’alito Sacro ispirando: Tu se’ mia, gridò. E le Gamelie vergini, Curatrici divine, D’auree fasce l’avvolsero. Fra le chiuse cortine Vide l’opra mirabile La diva che m’assiste, e la cantò.