Versos Italian Vincenzo Monti Le api panacridi in Alvisopoli

Italian poem

Le api panacridi in Alvisopoli

by (1754–1828)

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Quest’aureo miele etereo, Su ’l timo e le viole Dell’aprica Alvisopoli Còlto al levar del sole, Noi caste Api Panacridi Rechiamo al porporino Tuo labbro, augusto pargolo, Erede di Quirino;

Noi del tonante Egioco Famose un dí nutrici, Quando vagía fra i cembali Su le dittèe pendici. Mercé di questo ei vivere Vita immortal ne diede, E ovunque i fior piú ridono Portar la cerea sede. Volammo in Pilo; e a Nestore Fluîr di miele i rivi, Ond’ei parlando l’anime Molcea de’ regi achivi. Ne vide Ilisso; e il nèttare Quivi per noi stillato Fuse de’ numi il liquido Sermon sul labbro a Plato. N’ebbe l’Ismeno; e Pindaro Suonar di Dirce i versi Fe’ per la polve olimpica Del nostro dolce aspersi. E nostro è pur l’ambrosio Odor, che spira il canto Del caro all’Api e a Cesare Cigno gentil di Manto. Invïolate e libere Di lido errando in lido, Del bel Lemène al margine Alfin ponemmo il nido. E di novello popolo Al buon desio pietose, De’ piú bei fiori il calice Suggendo industrïose, Quest’aureo miele etereo

Cogliemmo al porporino Tuo labbro, augusto pargolo, Erede di Quirino. Celeste è il cibo; e, simbolo D’alto regal consiglio, Con piú felice auspizio L’ape successe al giglio; Ché noi parlante immagine Siam di re prode e degno, E mente abbiamo ed indole Guerriera e nata al regno. Il favo, che sul vergine Tuo labbricciuol si spande, In te sia dunque augurio Di sir prestante e grande. E lo sarai; ché vivida Le fibre tue commove L’aura di tal magnanimo Che su la terra è Giove. Ma d’uguagliar del patrio Valor le prove e il volo Poni la speme: il massimo Che ti diè vita è solo. L’imita; e basti. Oh fulgida Stella! oh sospir di cento Avventurosi popoli! Del padre alto incremento! Cresci, e t’avvezza impavido Con lui dell’orbe al pondo:

Ei l’Atlante, tu l’Ercole; Ei primo, e tu secondo. D’un guardo allor sorridere Degna al terren, che questo Ti manda iblèo munuscolo, Offeritor modesto. Su quelle sponde industria Una città già crea Cara a Minerva; e sentono Già scossi i cuor la dea. Natura ivi spontanea I suoi tesor comparte Ed operosa e dedala Piú che natura è l’arte. Le prezïose e candide Lane d’ibera agnella Pianta rival dell’indaco D’un vivo azzurro abbella. La forosetta i morbidi Velli all’egizia noce Tragge; e ne storna l’opera Amor, che rio la cuoce; Amor del caro giovine, Che del paterno campo I solchi lascia e intrepido Vola dell’armi al lampo, E seguirà la folgore Che adulto fra le squadre Tu vibrerai, se a vincere Nulla ti lascia il padre. Ma di Gradivo agl’impeti L’alme virtú sien freno, Che all’adorata informano Tua genitrice il seno.

Germe divin, comincia A ravvisarla al riso, Ai baci, ai vezzi, al giubilo Che le balena in viso. La collocâr benefici Sul maggior trono i numi. Ridi alla madre, o tenero; Apri, o leggiadro, i lumi. Ve’ che festanti esultano Alla tua culla intorno Le cose tutte, e limpido Il sol n’addoppia il giorno. Suonar d’allegri cantici Odi la valle e il monte, Susurrar freschi i zefiri, Dolce garrir la fonte. Stille d’eletto balsamo Sudan le querce annose: Ogni sentier s’imporpora Di mammolette e rose. Tale il sacro incunabolo Fioría di Giove in Ida: Ed ei, crescendo al sonito Di rauchi bronzi e grida, Rompea le fasce; e all’etere Spinto il viril pensiero, Già meditava il fulmine, Signor del mondo intero.