Italian poem
Vittoria Colonna
by Vittoria Colonna (1490–1547)
Due modi abbiam da veder l’alte e care Grazie del ciel: l’uno è guardando spesso Le sacre carte, ov’è quel lume espresso Che all’occhio vivo sì lucente appare; L’altro è alzando dal cor le luci chiare Al libro della croce, ov’egli stesso Si mostra a noi sì vivo e sì dappresso, Che l’alma allor non può per l’occhio errare. Deh, potess’io veder per viva fede, Lassa! con quanto amor Dio n’ha creati, Con che pena recossi, e come ingrati Semo a così benigna alta mercede: E come Ei ne sostien: come concede Con larga mano i suoi ricchi e pregiati Tesori; e come figli in Lui rinati Ne cura, e più quel che più l’ama e crede E com’Ei nel suo grande eterno impero Di nuova carità l’arma ed accende, Quando un forte guerrier fregia e corona. Ma poi che, per mia colpa, non si stende A tanta altezza il mio basso pensiero, Provar potessi almen com’Ei perdona. Tra gelo e nebbia corro a Dio sovente Per foco e lume, onde i ghiacci disciolti Sieno, e gli ombrosi veli aperti e tolti Dalla divina luce e fiamma ardente. E se fredda ed oscura è ancor la mente, Pur son tutti i pensieri al ciel rivolti; E par che, dentro il gran silenzio, ascolti Un suon che sol nell’anima si sente. E dice: Non temer, chè venne al mondo Gesù, d’eterno ben ampio mare, Per far leggero ogni gravoso pondo. Sempre son l’onde sue più dolci e chiare A chi con umil barca in quel gran fondo Dell’alta sua bontà si lascia andare. Veggio d’alga e di fango omai sì carca, Pietro, la nave tua, che, se qualch’onda Di fuor l’assal, d’intorno la circonda, Potria spezzarsi e a rischio andar la barca. La qual, non come suol leggera e scarca Sovra ’l turbato mar corre a seconda, Ma in poppa e ’n prora, all’una e all’altra sponda È grave sì, ch’a gran periglio varca. Il tuo buon successor, ch’alta cagione Dirittamente elesse, e cor e mano Muove sovente per condurla a porto: Ma contro ’l voler suo ratto s’oppone L’altrui malizia; onde ciascun s’è accorto Ch’egli senza il tuo ajuto adopra invano. Parrà forse ad alcun che non ben sano Sia ’l mio parlar di quelle eterne cose, Tanto all’occhio mortal lontane e ascose, Che son sovra l’ingegno e il corso umano. Non han, credo, costor guardato ’l piano Dell’umiltade, e quante ella pompose Spoglie riporti, e che delle ventose Glorie del mondo ha l’uom diletto invano. La fe mostra al desio gli eterni e grandi Obblighi, che mi stanno in mille modi Altamente scolpiti in mezzo al core. Lui che solo il può far, prego che mandi Virtù, che sciolga e spezzi i duri nodi Alla mia lingua onde gli renda onore. Quel pietoso miracol grande, ond’io Sento per grazia le due parti estreme Il divino e l’uman, sì giunte insieme, Ch’è Dio vero uomo, e l’uomo è vero Dio, Erge tant’alto il mio basso desio E scalda in guisa la mia fredda speme, Che ’l cor libero e franco or più non geme Sotto l’incarco periglioso e rio. Con la piagata man dolce e soave Giogo m’ha posto al collo, e lieve il peso Sembrar mi face col suo lume chiaro. All’alme umili con secreta chiave Apre il tesoro suo, del quale è avaro Ad ogni cor d’altere voglie acceso. L’immagin di Colui v’invio, che offerse Al ferro in croce il petto, onde in voi piove Dell’acqua sacra sua sì largo rivo. Ma sol perchè, signor, quaggiuso altrove Più dotto libro mai non vi s’aperse Per lassù farvi in sempiterno vivo. Potean le grazie e le virtù profonde Dell’alma bella, di vil cose schiva Ch’or prese il volo a più sicura riva Vincendo queste irate e torbid’onde, Rendere al Tebro ogni sua gloria antica; E all’alma patria di trionfi ornata Recar quel tanto sospirato giorno Che, pareggiando il merto alla fatica, Facesse quest’età nostra beata Del gran manto di Pier coperta intorno. Ora in sul destro, ora in sul manco piede Variando, cerco della mia salute: Fra ’l vizio e la virtute Il cor confuso mi travaglia e stanca; Come chi ’l ciel non vede Che per ogni sentier si perde e manca. Porgo la carta bianca A’ vostri sacri inchiostri, Ch’amor mi sganni e pietà ’l ver ne scriva, Che l’alma da sè franca Non pieghi agli error nostri Mio breve resto, e che men cieco viva Chieggo a voi, alta e diva Donna, saper se ’n ciel men grado tiene L’umil peccato che ’l soperchio bene. Il mio rifugio e ’l mio ultimo scampo Qual più sicuro, e che non sia men forte Che ’l pianger e ’l pregar? Nè pinger nè scolpir fia più che queti L’anima, vôlta a quell’amor divino Ch’aperse a prender noi in croce le braccia. Se l’imperio terren con mano armata Batte la mia Colonna entro e d’intorno, La notte in foco e in chiara nube il giorno Veggio quella celeste alta e beata. Sua mercè, colla mente: onde portata Sono in parte talor, che, se in me torno, Dal naturale amor che fa soggiorno Dentr’al mio cor, ben spesso richiamata, Mi par per lungo spazio e queto e puro Quanto discerno e quanto sento caro.... Veggio rilucer sol di armate squadre I miei sì larghi campi, ed odo il canto Rivolto in grido, e ’l dolce riso in pianto Là ’ve prima toccai l’antica madre. Deh mostrate con l’opre alte e leggiadre Le voglie umili, o pastor saggio e santo! Vestite il sacro glorioso manto Come buon successor del primo padre. Semo, se ’l vero in voi non copre o adombra Lo sdegno, pur di quei più antichi vostri Figli, e da’ buoni per lungo uso amati. Sotto un sol cielo, entro un sol grembo nati Sono, e nudriti insieme alla dolce ombra D’una sola città gli avoli nostri. Qua si fa elmi di calici e spade E ’l sangue d’ Cristo si vende a giumelle, E croce e spine son lance e rotelle E pur a Cristo pazîenza cade. Ma non arrivi più ’n qaeste contrade Chè n’andria ’l sangue suo fin alle stelle, Poscia ch’a Roma gli vendon la pelle Ed ecci d’ogni ben chiuse le strade. Onora e ama e teme e prega Dio Pel pascol, per l’armento e pel lavoro, Con fede, con ispeme e con desio Per la gravida vacca e pel bel toro. E ’l dubio, e ’l forse, e ’l come e ’l perchè rio Noi può ma’ far, chè non istà fra loro Se con semplice fede adora e prega Iddio e ’l Ciel, l’un lega e l’altro piega. Non mirin con giustizia i tuoi santi occhi Il mio passato, e ’l gastigato orecchio Non tenda a quello il tuo braccio severo: Tuo sangue sol mie colpe lavi e tocchi, E più abbondi quant’io son più vecchio Di pronta aita e di perdono intero. Non vider gli occhi miei cosa mortale Allor che nè bei vostri intera pace Trovai: ma dentro ov’ogni mal dispiace Chi d’amor l’alma a sè simil m’assale.... Non ha l’ottimo artista alcun concetto Ch’un marmo solo in sè non circoscrive Col suo soverchio, e solo a quello arriva La mano ch’ubbidisce all’intelletto. Il mal ch’io fuggo e’l ben ch’io mi prometto In te, donna leggiadra, altera e diva, Tal si nasconde: e perch’io più non viva Contraria ho l’arte al desiato affetto Amor dunque non ha nè tua beltade O durezza o fortuna o gran disegno Del mio mal colpa o mio destino o sorte; Se dentro del tuo cor morte e pietade Porti in un tempo, e che ’l mio basso ingegno Non sappia, ardendo, trarne altro che morte.