Versos Italian Vittoria Colonna Stanze

Italian poem

Stanze

by (1490–1547)

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I. Q

IV. Nè s’udivan cantar dolci concenti Per le tenere piante i vaghi uccelli; Che dal soffiar di più rabbiosi venti S’atterran secche queste, e muti quelli: E si veggion fermar i più correnti Fiumi dal ghiaccio, e piccioli ruscelli: E quanto ora si mostra e bello e allegro, Era per la stagion languido ed egro. V. Così si fugge il tempo, e col fuggire Ne porta gli anni, e ’l viver nostro insieme; Che a noi (colpa del Ciel!) di più fiorire, Come queste faran, manca la speme. Certi non d’altro mai, che di morire, O d’alto sangue nati, o di vil seme; Nè quanto può donar benigna sorte Farà verso di noi pietosa morte. VI. Anzi quella crudel ha per usanza I più famosi, e trionfanti Regi, Allor ch’anno di vincere speranza, Privar di vita, e degli ornati fregi; Nè lor giova la regia alta possanza, Nè gli avuti trofei, nè i fatti egregi; Che tutti uguali in suo poter n’andiamo, Nè più di ritornar speranza abbiamo. VII. E pur con tutto ciò miseri e stolti, Del nostro ben nemici, e di noi stessi In questo grave error fermi e sepolti Cerchiamo il nostro male, e i danni espressi; E con molte fatiche, e affanni molti, Rari avendo i piacer, i dolor spessi, Procacciamo di far noiosa e greve La vita, che troppo è misera e breve.

VIII. Quello per aver fama in ogni parte Nella sua più fiorita e verde etade Seguendo il periglioso e fiero Marte, Or fra mille saette, e mille spade Animoso si caccia, e con nuova arte, Mentre spera di farsi alle contrade Più remote da noi altri immortale, Casca assai più, ch’un fragil vetro e frale. X. Quell’altro ingordo d’acquistar tesori Si commette al poter del mare infido; E di paura pieno, e di dolori Trapassa or questo, ora quell’altro lido: E spesso dell’irate onde i rumori Gli fan mercè chiamar con alto grido; E quando ha d’arricchir più certa speme, La vita perde, e la speranza insieme. XI. Altri nelle gran Corti consumando Il più bel fior de’ suoi giovanil anni; Mentre utile ed onor vanno cercando, Sol ritrovano invidia, oltraggi, e danni: Mercè d’ingrati Principi, che in bando Post’hanno ogni virtù, e sol d’inganni, E di brutta avarizia han pieno il core, Publico danno al mondo, e disonore. XII. Altri poi vaghi sol d’esser pregiati, E di tener fra tutti il primo loco; E per vestirsi d’oro, e gire ornati Delle più care gemme, a poco a poco Tiranni della patria odiosi e ingrati Si fanno, ora col ferro, ora col foco; Ma al fin di vita indegni, e di memoria Son morti, e col morir muor la lor gloria.

XII. Quanti son poi, che divenuti amanti Di due begli occhi, e d’un leggiadro viso, Si pascon sol di dolorosi pianti, Da se stesso tenendo il cor diviso: Nè gioja, nè piacer sono bastanti Trarli dal petto, se non finto riso; E se lieti talor si mostran fuori, Anno per un piacer mille dolori. XIII. Chi vive senza mai sentir riposo Lontano dalla dolce amata vista; Chi a se stesso divien grave e nojoso, Sol per un sguardo, o una parola trista. Chi da un nuovo rival fatto geloso, Quasi appresso al morir si duol, s’attrista. Chi si consuma in altre varie pene, Più spesse assai, che le minute arene. XIV. E così senza mai stringere il seno Con la ragion a questi van desiri, Dietro al senso correndo, il viver pieno Traggono d’infiniti aspri martiri; Che tranquillo saria, puro, e sereno, Se senza passion, senza sospiri Lieti godendo quanto il Ciel n’ha dato, Vivessono in modesto, ed umil stato. XV. Come nella felice antica etate, Quando di bianco latte, e verdi ghiande Si pascevan quell’anime ben nate, Contente sol di povere vivande. E non s’udiva infra le genti armate Delle sonore trombe il rumor grande. Nè per far l’armi gli Ciclopi ignudi, Battendo risonar facean gl’incudi.

XVI. Nè lor porgeva la speranza ardire Di poter acquistar fama ed onore; Nè per dargli dopoi grave martire Con dubbiosi pensier davan timore. Nè per mutarsi i Regni, o per desire, Per soggiogare altrui, gioja e dolore Sentivano giammai sciolti di queste Umane passion gravi e moleste. XVII. Ma senza altri pensier stavan contenti Con l’aratro a voltar la dura terra, Ed a mirar i suoi più cari armenti Pascendo insieme far piacevol guerra: Or con allegri, e boscherecci accenti Scacciavano il dolor, che spesso atterra Chi in se l’accoglie, fra l’erbette e fiori Cantando or con le Ninfe, or co’ Pastori. XVIII. E spesso a’ piè d’un olmo, ovver d’un pino Era una meta, o termine appoggiato: E chi col dardo al segno più vicino Veloce dava, era di frondi ornato. A Cerer poi le spiche, a Bacco il vino Offerivan divoti; e in tale stato Passando i giorni lor serena e chiara Questa vita facean misera e amara. XIX. Questa è la vita, che contanto piacque Al gran padre Saturno, e che seguita Fu dai pastori suoi, mentre che giacque Nelle lor menti ambizion sopita. Ma come poi questa ria peste nacque, Nacque con lei l’invidia sempre unita: E misero divenne a un tratto il mondo, Prima così felice e sì giocondo.

XX. Perchè dolce più assai era fra l’erba Sotto l’ombre dormir queto e sicuro, Che ne’ dorati letti, e di superba Porpora ornati: e forse più ogn’oscuro Pensier discaccia, ed ogni doglia acerba, Sentir col cor tranquillo, allegro, e puro Nell’apparir del Sol mugghiar gli armenti, Che l’armonia de’ più soavi accenti. XXI. Beato dunque, se beato lice Chiamar, mentre che vive, uomo mortale; E se vivendo si può dir felice, Parmi esser quel che vive in vita tale; Ma esser più desia, qual la Fenice, E cerca di mortal farsi immortale: Anzi quella, che l’uom eterno serba Dolce nel fine, e nel principio acerba. XXII. La virtù dico, che volando al Cielo Cinta di bella e inestinguibil luce, Se ben vestita è del corporeo velo, Con le fort’ali sue porta e conduce Chi l’ama, e segue: nè di Marte il zelo Teme giammai, che questo invitto Duce Spregiato il tempo, e suoi infiniti danni Fa viver tal, che morto è già mill’anni. XXIII. Di così bel desio l’anima accende Questa felice e gloriosa scorta, Che alle cose celesti spesso ascende, E l’intelletto nostro spesso porta, Tal che del Cielo, e di Natura intende Gli alti segreti: onde poi fatta accorta, Quanto ogn’altro piacer men bello sia, Sol segue quella, e tutti gli altri oblia.

XXIV. Quanti Principi grandi, amati, e cari Insieme con la vita han perso il nome! Quanti poi vivon gloriosi e chiari, Poveri nati; sol perchè le chiome Di sacri Lauri, alteri doni, e rari S’ornarono felici: ed ora come Chiare stelle nel Ciel splendon beati, Mentre il mondo starà, sempre onorati! XXV. Molti esempi potrei venir cercando, De’ quali piene son tutte le carte, Ch’il Ciel prodotto ha in ogni tempo ornando Non sempre avaro or questa, or quella parte. Ma quanti ne fur mai dietro lasciando, E quanti oggi ne son posti da parte, Un ne dirò, che tal fra gli altri luce, Qual tra ogn’altro splendor di Sol la luce. XXVI. Dico di voi, e dell’altera pianta, Felice ramo del ben nato Lauro, In cui mirando sol si vede quanta Virtù risplende dal mare Indo al Mauro; E sotto l’ombra gloriosa e santa Non s’impara a pregiar le gemme, o l’auro; Ma le grandezze ornar con la virtute, Cosa da far tutte le lingue mute. XXVII. Dietro all’orme di voi dunque venendo, Ogni basso pensier posto in oblio, Seguirò la virtù, chiaro vedendo Essere in lei seguir caro desio, Fallace ogn’altro è: così non temendo, O nemica Fortuna, o destin rio, Starò con questa, ogn’altro ben lasciando L’anima, e lei, mentre ch’io vivo, amando. FINE.