Versos Italian Vittoria Colonna La vita di Vittoria Colonna Marchesana di Pescara

Italian poem

La vita di Vittoria Colonna Marchesana di Pescara

by (1490–1547)

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Cui mens candida, candidique mores, Virtus vivida, comitasque sancta, Caeleste ingenium, eruditioque Rara, nectare dulciora verba, Summa nobilitas, decora vultus Majestas, opulenta, sed bonorum Et res, & domus usque aperta ad usus, Illa carminibus suis poetas, Quotquot saecula multa protulerunt, Longe vicerat. . . . . . . . . . . . . .

Ad Villam Marianam de Vict. Columna. Salve magna domus, meae Columnae Natalis, domus o beata Salve, Hicne vagiit illa Musa, doctis Quam Phoebus decimam addidit Camoenis? Coeli lumina vidit hicne primum Coelo foemina digna? digna celsis Nasci, & vivere in aedibus deorum: Supra sidera sidus ipsa clarum? O foelix domus!. . . . . . . . . . . . .

A pena avean gli spirti intiera vita, Quando il mio cor proscrisse ogn’altro oggetto.

Sperai, che ’l tempo i caldi alti desiri,

Donna secura accesa, e dall’errante

Qui fece il mio bel Sole a noi ritorno.

Quando morte tra noi disciolse il nodo

Sterili i corpi fur, l’alme feconde.

Veggio al mio danno acceso, e largo il Cielo.

D’ogni sua gloria fu largo al mio Sole.

Di così nobil fiamma amor mi cinse.

Quanta invidia al mio Cor felici e rare.

Alta fiamma amorosa, e ben nate alme

Al bel leggiadro stil soggetto eguale.

Ben fu nemico il mio destin fatale.

Quand’io dal caro scoglio miro intorno

L’alto Signor, dal cui saver congiunte

Di quella cara tua serbata fronde.

O della nostra etade unica gloria.

Mentre de’ vaghi e giovanil pensieri.

Lasciar non posso i miei dolci pensieri.

Di nuovo il Cielo dell’antica gloria.

Alta Colonna, e ferma alle tempeste.

Caro e sovran dell’età nostra onore.

Cingi le costei tempie dell’amato

Ahi quanto fu al mio Sol contrario il fato.

Spirto gentil, dal cui gran nome altero.

Se ’l vostro Sol, che nel più ardente vero.

Quanto a’ begli occhi vostri, e quanto manca.

Se ben s’erge talor lieto il pensiero.

Già sette volte avea girato intorno I segni, ove ne fa cangiar stagione Chi porta seco in ogni parte il giorno.

Sperai, che ’l tempo i caldi alti desiri Temprasse alquanto, o dal mortal’ affanno Fosse il cor vinto sì, che ’l settimo anno Non s’udisser sì lunge i miei sospiri.

Cui mens candida, candidique mores, Virtus vivida, comitasque sancta, Caeleste ingenium, eruditioque Rara, nectare dulciora verba, Summa nobilitas, decora vultus Majestas, opulenta, sed bonorum Et res, & domus usque aperta ad usus, Illa carminibus suis poetas, Quotquot saecula multa protulerunt, Longe vicerat. . . . . . . . . . . . . .

Huic ego te obiiciam faustum Victoria nomen: Quae non prisca tuis tantum muliebria plectris Plectra silere jubes, Romanaque Graecaque Tuscis: Sed (tua quae virtus propria est) lascivia versus Commaculat dum nulla tuos......... Tantum sola decus casto fers carmine, quantum Dedecus obsceno Sapphoque, Corinnaque versu.

O decus Italidum Virgo Victoria, castas Dignior Aonias inter babenda Deas, Quænam fama tui rendet tibi præmia facti? Quis, cælo qui te laudibus æquet, erit? Conjugis extincti cineres, manesque sepultos Corde geris, luges carmine, mente colis. Hujus & egregiam virtutem, animasque viriles, Factaque, non hominis femina voce sonas. Pro quibus insigni Phoebus tua tempora lauru Cinxit, & æternum nomen habere dedit. Credo equidem: pereat Cælum, mare, terra, priusquam Gloria deficiat nominis ista tui. Jam valeant: jam fama sile, quascumque vetustas Rettulit, amissis indoluisse viris. Quid, tibi se ut conferre queant, fecisse videmus? Omnes feminei signa doloris habent. Defunctos luxere diu, aut periere; maritum Ipsa tuum invita vivere morte facis.

Sceglieronne una, e sceglierolla tale, Che superato avrà l’invidia in modo, Che nessun’altra potrà avere a male, Se l’altre taccio, e se lei sola lodo. Quest’una ha non pur se fatta immortale Col dolce stil, di che il miglior non odo; Ma può qualunque, di cui parli, o scriva, Trar del sepolcro, e far che eterno viva. Come Febo la candida Sorella Fà più di luce adorna, e più la mira, Che Venere, o che Maja, o che altra stella, Che va col Cielo, o che da se si gira, Così facondia più che all’altre, a quella, Di che io vi parlo, e più dolcezza spira; E dà tal forza all’alte sue parole, Che orna a’ dì nostri il Ciel d’un altro Sole. Vittoria è il nome; e ben conviensi a nata Fra le vittorie; e a chi o vada, o stanzi

Di trofei sempre, e di trionfi ornata La vittoria abbia seco o dietro, o innanzi; Questa è un’altra Artemisia, che lodata Fu di pietà verso il suo Mausolo; anzi Tanto maggior, quanto è più assai bell’opra, Che por sotterra un Uom, trarlo di sopra. Se Laodomia, se la moglier di Bruto, S’Arria, s’Argia, s’Evadne, e se altre molte Meritar laude per aver voluto, Morti i mariti, esser con lor sepolte; Quanto onore a Vittoria è più dovuto, Che di Lete, e del Rio, che nove volte L’Ombre circonda, ha tratto il suo consorte Malgrado delle Parche, e della Morte? Se al fiero Achille invidia della chiara Meonia tromba il Macedonico ebbe, Quanto invitto Francesco di Pescara Maggiore a te, se vivesse or, l’avrebbe; Che sì casta mogliere, e a te sì cara Canti l’eterno onor, che ti si debbe; E che per lei sì il nome tuo rimbombe, Che da bramar non hai più chiare trombe. Se quanto dir se ne potrebbe, o quanto Io n’ho desir, volessi porre in carte, Ne direi lungamente; ma non tanto, Che a dir non ne restasse anco gran parte ecc.