Versos Italian Vittoria Colonna Canzone I

Italian poem

Canzone I

by (1490–1547)

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S

Io sono, io son ben dessa; or vedi come M’ha cangiato il dolor fiero ed atroce, Ch’a fatica la voce Può di me dar la conoscenza vera. Lassa, ch’al tuo partir, partì veloce Dalle guancie, dagli occhi, e dalle chiome Questa, a cui davi nome Tu di beltate, ed io n’andava altera, Che me ’l credea, poichè in tal pregio t’era. Ch’ella da me partisse allora, ed anco Non tornasse mai più, non mi dà noja, Poichè tu, a cui sol gioja Di lei dar intendea, mi venne manco, Non voglio, no, s’anch’io non vengo, dove Tu sei, che questo, od altro ben mi giove.

Come possibil è, quando sovviemme Del bel guardo soave ad ora ad ora, Che spento ha sì breve ora; Ond’è quel dolce e lieto riso estinto, Che mille volte non sia morta, o muora? Perchè pensando all’ostro, ed alle gemme, Ch’avara tomba tiemme, Di ch’era il viso Angelico distinto, Non scoppia il duro cor dal dolor cinto? Com’è ch’io viva, quando mi rimembra, Ch’empio sepolcro, e invidiosa polve Contamina e dissolve Le delicate alabastrine membra? Dura condizion, che Morte è peggio, Patir di morte, e insieme viver deggio.

Io sperai ben di questo carcer tetro, Che qua giù serra ignuda anima sciorme, E correr dietro all’orme Degli tuoi santi piedi, e teco farmi Delle belle una in Ciel beate forme, Ch’io crederei, quando ti fossi dietro, E insieme udisse Pietro, E di fede, e d’amor di te lodarmi, Che le sue porte non potria negarmi. Deh perchè tanto è questo corpo forte, Che nè la lunga febbre, nè ’l tormento, Che maggior nel cor sento, Potesse trarlo a destinata morte? Sicchè lasciato avessi il mondo teco, Che senza te, ch’eri suo lume, è cieco.

La cortesia, e ’l valor, che stati ascosi Non so in qual antri, e latebrosi lustri Eran molt’anni e lustri; E che poi teco apparvero, e la speme, Che in più matura etade all’opre illustri Pareggiassi de’ Publij quei famosi Tuoi fatti gloriosi Sicch’a sentire avessino l’estreme Genti, ch’ancor viva di Marte il seme; Non pur non veggio, nè da quella notte, Che agli occhi miei lasciasti un lume oscuro; Non più veduti furo, Che ritornaro a loro antiche grotte; E per disdegno congiuraron, quando Del mondo uscir, torne perpetuo bando.

Del danno suo Roma infelice accorta Dice: poichè costui Morte mi tolli, Non mai più i sette colli Duce vedrà, che trionfando possa Per Sacra via trar catenati i colli. Dell’altre piaghe, ond’io son quasi morta, Forse sarei risorta; Ma questa è in mezzo ’l cor quella percossa, Che da me ogni speranza ne ha rimossa. Turbato corse il Tebro alla marina; E ne diè annuncio ad Ilia sua, che mesta Gridò piangendo: or questa Di mia progenie è l’ultima ruina. Le sante Ninfe, e i boscherecci Dei Trassen il grido a lagrimar con lei.

E si sentir nell’una e l’altra riva Pianger Donne e Donzelle, e figlie e matri, E da’ purpurei Patri Alla più bassa plebe il popol tutto, E dire: o patria questo dì fra gli atri D’Allia, e di Canne ai posteri si scriva; Quei giorni, che cattiva Restasti, e che ’l tuo Imperio fu distrutto, Nè più di questo son degni di lutto; E ’l desiderio, Signor mio, e ’l ricordo, Che di te in tutti gli animi è rimaso, Non trarrà già all’Occaso Di questo il violente Fato ingordo; Nè potrà far, mentre che voce, o lingua Forman parole, il tuo nome s’estingua.

Pon questa appresso all’altre pene mie, Che di salir al mio Signor, Canzone, Sì ch’oda tua ragione, D’ogn’intorno ti son chiuse le vie. Piacesse a’ venti almen di rapportarli, Ch’io di lui sempre pensi, e pianga, e parli.