Italian poem
Canzone II
by Vittoria Colonna (1490–1547)
M
Ariadna, e Medea dogliose, erranti Sento di molto ardir, di poca fede Dolersi, in van biasmando il proprio errore; Ma se il volubil Ciel gl’infidi amanti Diero a tanto servir aspra mercede; Disdegno, e crudeltà tolse il dolore; E ’l mio bel Sol continua pena e ardore Manda dal Ciel co’ rai nel miser petto Di fiamma oggi, e di fede albergo vero, Nè sdegno unqua il pensiero, Nè speranza, o timor, pena, o diletto, Volse dal primo mio divino oggetto.
Porzia sopra ad ogni altra mi rivolse Tanto al suo danno, che sovente insieme Piansi l’acerbo martir nostro uguale. Ma se breve ora forse ella si dolse, Quant’io sempre mi doglio, poca speme D’altra vita miglior le diede altr’ale; E ’l mio grave dolor vivo e immortale Siede nel core, e dell’alma serena Vita immortal questa speranza toglie Forza all’ardite voglie; Nè pur questo timor d’eterna pena, Ma d’ir lunge al mio Sol la man raffrena.
Poscia accese di veri e falsi amori Ir ne veggio mill’altre in varia schiera, Ch’a miglior tempo lor fuggì la spene; Ma basti vincer questi alti e maggiori, Ch’a tanti pareggiar mia fiamma altera Forse sdegnò quel Sol, che la sostiene; Che quante io leggo indegne, o giuste pene Da mobil fede, o impetuosa Morte, Tutte spente le scorgo in tempo breve; Animo fiero, o leve Aprì allo sdegno, od al furor le porte, E fè le vite alle lor voglie corte.
Onde a che volger più l’antiche carte De’ mali altrui, nè far dell’infelice Schiera moderna paragone ancora, Se inferior nell’altra chiara parte, E ’n questa del dolor, quasi Fenice Mi sento rinnovar nel foco ogn’ora? Perchè ’l mio vivo Sol dentro innamora L’anima accesa, e la cuopre, e rinforza D’un schermo tal, che minor luce sdegna, E su dal Ciel m’insegna D’amare, e sofferir, ond’ella a forza In sì gran mal sostien quest’umil scorza.
Canzon tra’ vivi quì fuor di speranza Va sola, e dì ch’avanza Mia pena ogn’altra; e la cagion può tanto, Che m’è Nettare il foco, Ambrosia il pianto.