Italian poem
Capitolo del trionfo di Cristo
by Vittoria Colonna (1490–1547)
P
Ma colui, ch’in un punto pace e guerra Può darmi e tor, tanto al suo dolce lume M’avvezza, che non sempre il desio erra: Onde strada al mio andar fece il costume Di seguir l’orme chiare, e fuggir l’ombra, E diede al mio volar veloci piume: E giunsi al Sol, ch’agli occhi miei disgombra Quel d’ignoranza, nel che a noi mortali Spesso ’l veder intorno appanna e adombra. Ed udì dir: perchè tra tanti mali T’intrichi ognor? vien meco, acciò là scorga Spirti, ch’al merto tuo non sono uguali. Ma pria convien, che tutta umil mi porga Gli occhi, e intenti sì, che di quel poco Raggio, che in me lampeggia, almen t’accorga: Onde la vista accesa a poco a poco Acquisti tal vigor, che non l’offenda Maggior di questo assai più puro foco: Convien, che ’l modo e la ragion tu intenda, Come a chi quà su vien dolor si tolga, E di vero piacer la veste prenda; E che sappi tra noi quanto si dolga, Che in terra vegga alcun, ch’abbia già amato; Ch’in ver gli scogli la sua barca volga. Che se s’appaga e gode ogni Beato Nel mirar solo il primo eterno Amante, Il natural desio non è cangiato D’amar chi ama, anzi è ferma e costante Carità vera quì, che non si scema Pel variar dell’opre, o del sembiante. Tu scorgi allor, diss’io, com’arde e trema Dinanzi ai raggi tuoi la mia virtute; E qual speme e timor l’ingombri e prema, Di fiamme vive, e di saette acute Arso e punto fu il core il giorno, ch’io Posi nelle tue man la mia salute.
Vorrei gli umani error porre in oblio, Ch’essendomi tu guida, a maggior cose, Ch’a mio stato non lice, ergo ’l desio. Per man lieto mi prese, e non rispose Ai detti miei, ma allor seco mi strinse Sì, che nel suo splendor tutta m’ascose: Ond’io potea (sì del suo bel mi cinse) Veder quasi in un specchio quel, che ’l Cielo Sol per suoi prieghi agli occhi miei dipinse; Ma pria sentì, com’un squarciar di velo A me d’intorno, e caldo e puro vento Tutta infiammarmi d’amoroso gielo. Fa, ch’io possa ridir quel, che pavento, Tu che lo stato, e la salute al mondo Amor donasti, e sei di te contento. Io vidi allor un carro tal, ch’a tondo Il Ciel, la terra, il mar cinger parea Col suo chiaro splendor vago e giocondo; Sovra l’Imperador del Cielo avea Quel, che scese fra noi per noi scampare Del servir grave, e della morte rea. E come molti empir l’invidie avare De’ beni altrui, superbi trionfando, Vil voglie d’un ingordo empio regnare; Costui vinse e donò ’l suo Regno, quando In sacrificio se medesmo diede, Col puro sangue il nostro error lavando. Sua la vittoria, e nostra è la mercede: Fece, che vita abbiam del suo morire Noi, ch’eravam del gran nemico prede. Io avea già di tanto aspro martire Da mille inteso, e in mille carte letto; E con sospir di quel solea gioire: Però dinanzi a sì novo cospetto Non mi fu dunque la mia scorta presta A trar d’errore e dubbio l’intelletto.
Io vedea l’onorata e sacra testa, Che suole aver di stelle ampia corona, Di spine averla acute ora contesta: E piagata la man, che toglie e dona Al Ciel corso, al Sol luce, ai mortal vita, Qui virtù, là su gloria eterna e buona. Su gli omer santi, acciò ch’al ciel gradita Sia l’umil nostra spoglia, io vidi ’l legno, Ch’a pianger sempre il primo error m’invita; Quel del nostro gioir securo pegno, Ch’adorar con le man giunte si deve, Perch’ei sostenne il nostro ver sostegno. Non fu alle sante spalle il peso greve, Quanto dovrebbe, oimè, del nostro affanno Tal rimembranza farne spesso lieve! Sul carro, alla man destra, in real scanno La Vergin era d’ogni virtù esempio, Per cui possiam fuggir l’eterno danno. Costei fu innanzi a tutti i tempi Tempio A Dio sacrato, e vidi, e sapea come Con umiltà calcò ’l superbo e l’empio. Ai santi piè colei, che simil nome Onora, vidi ardendo d’amor lieta Risplender cinta dell’aurate chiome; La mosse a pianger qui ben degna pieta; Onde ’l ciel vuol, che con egual misura In vece del dolor la gloria or mieta: Poi ch’ella resse la sua fe secura, Non volse ’l piè fedel, nè strinse ’l pianto; Ma con cor fermo, e con pietosa cura Sola rimase, e dentro al suo bel manto Mille chiare virtù davan conforto All’alta voglia, al grande animo santo. Al sepolcro cercando il Signor nostro, L’apparve vivo, e diede alto e felice Al gran mar delle sue lagrime porto.
Beata lei, che ’l frutto e la radice Sprezzò del mondo, e del suo Signor ora Altra dolcezza e sempiterna elice. Io che da un altro Sol più vaga aurora Illustrata vedea, con altro caldo Di quel, che i nostri fiori apre e ’ncolora, Tenni qui gli occhi fisi, e ’l pensier saldo.