Italian poem
Anacreontica. In che ti offesi o placido
by Vittorio Alfieri (1749–1803)
In che ti offesi, o placido Sonno, fratel di morte; Che le palpébre a premere Non riedi al buon consorte? Gli occhi antichi suoi tremuli Eran già il tuo soggiorno; E appena appena or veggioti Volare a lor d’intorno? Il figlio almo di Venere Cangi il suo seggio ognora; Ch’ei ratto ha il volo e fervido, E tutto fa in brev’ora: Ma tu, che hai gravi ed umide Di vapor stigio l’ali, A ferma stanza eleggiti Membra caduche e frali. Tu il Nume sei de’ languidi Vecchi cadenti sposi; Tu puoi solo deludere I dubbi lor gelosi. Qual hai più augusto tempio Che i lor gelati petti? Deh! torna; posa; ed occupa Tutti i senili affetti. — Felice me! propizio Par che mi ascolti il Nume. Vacilla il capo debile; Reggersi invan presume: Sul petto il mento labile Ecco cade, e ricade: In braccio al sonno giacesi Già la canuta etade. Amor, vincemmo. Io cupido Volgo a mia donna il guardo; Aggiunger esca impavido Già posso al fuoco ond’ardo. Già dai begli occhi fulgidi, Negri, amorosi, ardenti, Bere il velen piacevole Io posso a sorsi lenti: E già sento, che tacito Serpeggia entro ogni vena; Nè il labro oso disciogliere, Cotanto l’alma ho piena... Ma, oimè! che veggo? ei svegliasi? Appena era sopito: E a terra io deggio affiggere L’occhio, che sol fu ardito? — Sonno, così deridere Ti giova i preghi miei? O Nume inesorabile, Ultimo fra gli Dei, A te, maligno ed invido Nemico degli amanti, D’amor non meno incognite Le gioje son, che i pianti. Qual Ninfa mai, qual Driade, Pigro, di te si accese? De’ tuoi verdi anni narraci, Narraci l’alte imprese. Or, quei che tu conoscere Furti d’amor non puoi, Ardire hai di contendere Oggi, tu stolto, a noi? Ben io saprò men rigido Nume invocar, più degno; Cui cielo, e terra, e pelago Teme, e di Pluto il regno. Amor, che d’Argo chiudere I cento occhi potesti, Duo soli, e assai men vigili, Ne chiudi; e non fian desti.