Versos Italian Ada Negri Io

Italian poem

Io

by (1870–1945)

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Sotto altri cieli io vissi, in altra forma, con altro cuore. Fiammule e baleni d'allora, erranti lucciole tra' fieni, risfavillano in me, s'io vegli o dorma.

Io so chi fui, nel tempo già travolto in vorticoso baratro d'oblìo. Di vertigin barcollo, se nel mio vivo mister le antiche anime ascolto

destarsi in onde d'energia, frammiste a strappi di ricordi.--Non si muore.-- Chi nacque un giorno, in gioja ed in dolore per mille aspetti immortalmente esiste.

*

Compagna fui di minatori: moglie, figlia, sorella: impuro il corpo, impura l'anima: chiusa nella gabbia oscura, calai ne' pozzi con virili spoglie.

Rauco il respir, sudato il collo, ansanti d'ardua fatica, a mezzo il corpo ignudi, all'ombra delle vôlte ìnfere, i rudi uomini miei m'apparvero giganti.

Giocai con essi a sfida e a rimpiattino colla Morte, tra i fumi del grisou. E qualcuno di noi non tornò più nel sole. Io sì, tornai, pel mio destino.

In una sporca alba fangosa, «Muori, muori, muori!...» gridai, fra un'accozzaglia di disperati, pronti alla battaglia rossa, verso le case dei signori.

Ero una furia, coi capelli a serpi, colle fiamme negli occhi, con le labbia sfigurate dagli urli. Ebbra di rabbia i sassi disselciai, svelsi gli sterpi,

maledissi, colpìi, caddi, travolta venni sotto lo scalpito irrompente dei cavalli. E passò sulle mie spente membra il sinistro orror della rivolta.

*

Ebbi un piccolo viso di sognante bambina, bronzeo sotto il nero casco dei ricci. Modulai nel gergo basco le canzoni del vento e delle piante.

Due stracci in croce mi facevan bella; il mio fiato sapea di fior silvano; per un soldo, nel palmo della mano, lessi la buona e la mala novella.

Lavai, cantando, i panni alle sorgenti boschive, e fui Nausicaa gioconda che mentre lava specchiasi nell'onda, sorridendo a' suoi glauchi occhi lucenti.

Libera principessa della tenda gitana, a notte noverai nei cieli gli astri, e composi con ben scelti steli magici beveraggi di leggenda.

Nell'albe fresche, fra l'aulir dell'erba nuova, ornai le mie trecce di monete tìnnule--e v'era chi languìa per sete della mia bocca:--io l'irridevo, acerba....

Ma venne un giorno chi mi fece muta sotto il suo bacio.--Più non so chi fosse.-- Rivedo, a lampi, quelle labbra rosse fra la turba che passa e che saluta.

*

I brividi dell'odio e dell'amore finsi per mille pubblici, su palchi di legno: ed ogni folla che s'accalchi suscita in me l'alto ricordo in cuore.

Flessi a ogni gioco la mia grazia varia, vita morte follia da me fu espressa: Cordelia pia, Desdemona sommessa, Lady Macbeth sinistra e sanguinaria.

La mia bocca mutevole in un'ora ebbe note di gioja e d'innocenza, e lo stupor del sonno e la scïenza del male, e l'urlo tragico che implora.

A me ogni sera rinnovò l'incanto d'esser diversa, di scordare il mio sogno per altri sogni, il pianto mio per l'aspra voluttà d'un altro pianto.

E fu la folla come un solo cuore ch'io mi potessi stringere fra dita d'acciajo: fu come una sola vita viva di me, fervente in muto ardore

sotto il mio sguardo.--Ed io, dall'alta scena, non ebbi nervo che non si spezzasse, non ebbi vena che non si vuotasse per il tumulto di sua gioja piena.--

*

Nelle barbare età cinsi il soggòlo bianco, la scura tonaca e il cilicio. Di mia pura bellezza il sacrificio dolce mi parve, per amor d'un Solo.

Tenendo sul mio capo alta la croce passai fra genti ammutinate, a Cristo orando: e sangue con velen frammisto sino al mio petto zampillò, feroce.

Fra saccheggio e fetor di pestilenza incolume passai, d'infermi in traccia; e più d'uno spirò fra le mie braccia, da me bevendo una celeste essenza.

L'acqua col cavo della mano offersi a bocche nello spasimo contorte. Bella più de la Vita a me fu Morte. Amai, baciai le piaghe che detersi.

Quando il furor de le battaglie spento pareva, chiusa in mia ferrigna tonaca più nei tugurî del dolor fui monaca, che ne la cella del mio pio convento.

A papi e re proffersi con serena favella i detti della verità. E mi consunsi in fede ed in pietà come la Mantellata di Siena.

*

Chi ora io sono, è cosa vana il dire: fragile donna che se stessa ascolta vivere, con un'ansia avida e stolta di saper ciò ch'è in fondo al suo soffrire.

D'antiche vite istinti e forze varie si raggruppano in me, s'urtano a gara: aspra t'incidi sulla bocca amara, o ambigua lotta d'anime contrarie!...

Ho cent'anni, ho mille anni. La mia vera faccia, il mio vero cuore io non li so. Nè, stanca a morte, io mai conoscerò l'ebbrezza di poter morire intera.