Italian poem
L'Uomo E La Macchina
by Ada Negri (1870–1945)
Per esser grande l'uom creò la macchina, e la rese perfetta in ogni ordigno. Nervi d'acciajo le donò; ed in vero parve ad essa donare anche il pensiero.
Ingranaggi, stantuffi, anse, cilindri, tutto in essa ebbe schiavo al suo dominio: quand'egli volle e comandò, il motore battè col soffio d'un possente cuore.
E la macchina fu pari a una femmina bella, asservita a lui da un incantesimo. Ogni sua grazia occulta, ogni suo segno palese, ogni finezza di congegno
gli appartenne, fu carne e sangue e palpito d'amante, amata in pena ed in delizia: tutto di lei scrutò, strinse, plasmò, distrusse, ricostrusse, idoleggiò.
Sotto una tenda, avvolto in un cinereo lucco d'artiere, fra strumenti e cinghie, dì e notte visse, in veglia intenta e cruda a fianco della sua macchina ignuda.
Scordò per essa le dolcezze semplici della vita mortale, i cieli e l'acque, il desco bianco ove si frange un pane di pace--e il cerchio delle cure umane.
L'erba scordò che dice all'uomo: «Stenditi sulla freschezza mia, sogna, ristòrati:» --il sol che gonfia i germi e arrossa i tralci e fra le spighe il lampo delle falci.
E tanto l'adorò ch'ella terribile ne divenne, suo gaudio e sua superbia, idol d'acciajo fino ai denti armato, a conquiste implacabili creato.
E un dì ch'ei ne seguìa, scosso da fremiti d'orgoglio, il gioco delle ferree vertebre, ratta il ghermì, sè del suo sangue intrise, più bella al sol perfidamente rise.