Italian poem
O noi d'Arcadia fortunata gente (Lucas)
by Alessandro Guidi (1550–1637)
O NOI d’Arcadia fortunata gente, Che dopo l’ondeggiar di dubbia sorte Sovra i colli romani abbiam soggiorno! Noi qui miriamo intorno Da questa illustre solitaria parte L’alte famose membra Della città di Marte. Mirate là tra le memorie sparte Che glorioso ardire Serbano ancora infra l’orror degli anni Delle gran moli i danni, E caldo ancor dentro le sue ruine Fuma il vigor delle virtù latine! Indomita e superba ancora è Roma, Benchè si veggia col gran busto a terra. La barbarica guerra De’ fatali Trioni, E l’altra che le diede il tempo irato, Par che si prenda a scherno: Son piene di splendor le sue sventure, E il gran cenere suo si mostra eterno: E noi rivolti all’onorate sponde Del Tebro, invitto fiume, Or miriamo passar le tumid’onde Col primo orgoglio ancor d’esser reine Sovra tutte l’altere onde marine. Là siedon l’orme dell’augusto ponte, Ove stridean le rote Delle spoglie dell’Asia onuste e gravi; E là pender soleano insegne e rostri Di bellicose trionfate navi: Quegli è il Tarpeo superbo, Che tanti in seno accolse Cinti di fama cavalieri egregi, Per cui tanto sovente, Incatenati, i regi De’ Parti e dell’Egitto Udiro il tuono del Romano editto. Mirate là la formidabil ombra Dell’eccelsa di Tito immensa mole, Quant’area ancor di sue ruine ingombra! Quando apparir le sue mirabil mura Quasi l’età feroci Si sgomentano di recarle offesa, E guidano dai barbari remoti L’ira e il ferro de’ Goti Alla fatale impresa. Ed or vedete i gloriosi avanzi, Come, sdegnosi dell’ingiurie antiche, Stan minacciando le stagion nemiche. Quel che v’addito è di Quirino il colle, Ove sedean pensosi i duci alteri: E dentro ai lor pensieri Fabricavano i freni Ed i servili affanni Ai duri Daci, ai tumidi Britanni . . . Ampj vestigj di colossi augusti, Di cerchi, di teatri, e curie immense, E le terme che il tempo ancor non spense, Fan dell’alme romane illustre fede. Parea del Lazio la vetusta gente In mezzo allo splendor de’ Genj suoi Un popolo d’eroi: Ma, reggie d’Asia, vendicaste al fine Troppo gli affanni che da Roma aveste: Con le vostre delizie, oh, quanto feste Barbaro oltraggio al buon valor Latino! Forse pur, stata Menfi al Tebro ignota. Come i principi son del Nilo ascosi, Che non avresti, Egizia Donna, i tuoi Studi superbi e molli Mandati ai Sette Colli, Nè fama avrebbe il tuo fatal convito: Romolo ancor conoscería sua prole, Nè l’Aquile Romane avrian smarrito Il gran cammin del sole. Ma pur non han le neghittose cure, Tanto al Tarpeo nemiche, Spento l’inclito seme Delle grand’alme antiche. Sorgere in ogni etade Fuor da queste ruine Qualche spirto real sempre si scorse, Che la fama del Tebro alto soccorse. O come il prisco onore erse, e mantenne Co’ suoi tanti trofei L’eccelsa stirpe de’ Farnesi invitti, Sempre d’ardire armata, E di battaglie amica! E quando resse il freno Alla Città sublime Per man de’ sacri figli, Oltre l’Alpi fugò l’ire e i perigli, E trasse Italia dalle ingiurie ed onte Di fero Marte atroce, E le ripose il bel sereno in fronte: Di meraviglia piene allor fu l’ombre De’ Latini Monarchi In sul tanto apparir teatri ed archi, E templi e reggie ed opre eccelse e grandi, Onde sostenne il regal sangue altero La maestà di Roma e dell’Impero. Quasi Signor di tutte l’altre moli Alta regge la fronte il gran Farnese, Chiaro per arte e per illustri marmi, E forse ancor per lo splendor de’ carmi Che meco porto e meco fa soggiorno. Or movo il guardo al Palatino intorno, Del nostro Arcade Evandro almo ricetto, Ed o quanto nel cor lieto sospiro! A te verremo, o gloriosa terra, Con le ghirlande d’onorati versi, E di letizia e riverenza gravi Ornerem le famose ombre degli Avi.