Italian poem
Spiragli
by Amalia Guglielminetti (1881–1941)
il convento
Accoccolato a' piè della collina s'assopiva sereno il buon convento: noi no, chè dentro il suo cuor sonnolento eravam come rondini a mattina.
Susurri e cinguettii l'ombra azzurrina degli alti muri confidava al vento quando, raccolto fra le palme il mento, obliavam la paziente trina.
E chi aguzzava sguardi e fantasia a spiar se giungesse il cavaliere rapitore per qualche incerta via.
Foggiava ognuna a sè la finzione più bella, e tutte con dita leggiere, tesseansi ori o fiori di corone.
il risveglio
Gli occhi tu apristi in una buia sera afferrata da un torbido sgomento, mentre il viale di tigli del convento piegava urlando sotto la bufera.
Quasi un'anima nuova, prigioniera in te, gemeva un fievole lamento, si lagnava d'un male ignoto e lento, e un gran pianto piangea la notte nera.
Su le bianche dormenti la fiammella vegliava, come un occhio appassionato sotto una fronte virilmente bella.
L'adolescente in quel fulgor s'affise marmorea, ostil. Poi, l'angelo svegliato raccolse l'ali e al sogno umano rise.
il mistero
Al suo convento la novella sposa tornata un'ora, fra le giovinette compagne d'ieri, garrula sedette, franca nel gesto e nel narrar scherzosa.
Ella pareva la corolla ch'osa sbocciar precoce e sola fra le vette dell'albero e turbar le timidette sorelle, chiuse in lor grazia ritrosa.
Sì che ognuna nel suo intimo cuore tremava, riguardandola, d'un senso vago di meraviglia e di timore.
E poi ch'ella partì, nel monastero s'effuse, tra l'usato aulir d'incenso, lo stupore confuso d'un mistero.
notturno
Ma tu non odi un timido picchiare, un ticchetto tenue a' tuoi vetri? Ascolta un poco: alcuno par che impetri, e fuori è buio, e le stelle son rare.
Tutte han varcato le rondini il mare, chè temon dell'inverno i giorni tetri. Questa, innanzi che il gel tutta l'impietri, cerca rifugio: essa non può emigrare.
Essa è ferita, e il sangue si raggruma goccia a goccia sul suo piccolo cuore, e il sangue è rosso fra la bruna piuma.
Socchiudi: fuori infuria la bufera, ma presso a te che morbido tepore... Ah! tu non apri, e la notte è sì nera...
il pianto
Il pianto è la benefica rugiada che nell'ombra ogni nuova anima irrora. Gioia amara di quella che s'accora viatrice solinga in buia strada.
Quando sul suo cammin non mai dirada la notte nè il timor, s'attarda un'ora la pellegrina e geme, e geme ancora fin che la sua più ardente stilla cada.
Raccoglie allor le sue forze smarrite e prosegue. Dal ciel pendono mute le stelle, come lacrime impietrite.
Sola prosegue, col suo cuore solo. Nè sa se le sue lacrime sperdute daranno un fior d'amore o un fior di duolo.
l'ombra
L'ombra furtiva, quasi in sè rattratta, che sta in agguato su la nostra porta, è pronta a ingigantir se resa accorta che il terror de' suoi biechi occhi ci abbatta.
Cupida allora dal suo covo scatta, assale, incalza, è pungolo ed è scorta, fin che in ignoti bui l'anima porta per fosche vie immemore, disfatta.
Paura del futuro, ombra che assalta colei ch'è sola, se acuì la vista per fissare una stella in ciel tropp'alta.
Ombra che il voi d'ogni baldanza arresta, l'ignorar chi sarà e pur se esista il fido cuor su cui poggiar la testa.
vigilia
Grava su te, o insonne cuore, l'arco pensoso di tua bianca ultima notte: corta vigilia che il mistero inghiotte giungendo, ora per ora, a estremo varco.
Tace ogni sogno e ascolta oppresso, carco d'un confuso timor, le ininterrotte voci dell'ombra, le parole rotte forse da un dubbio, l'ammonire parco.
Nessuna ti racqueta o t'assicura, anima sbigottita, cuore pieno d'ansia, che aspetti ad una soglia oscura.
Nessuna sa. Tu sola saprai tutto: se nèttare, se cenere, o veleno t'offra la vita in suo supremo frutto.
il silenzio
Ogni pensosa vergine si cinge del suo silenzio, come d'un velario, e d'ombre un ondeggiar tenue e vario con fantasia sottile vi dipinge.
O vi s'impietra, irrigidita sfinge in muto enigma. O al suo cuor solitario ne tesse inviolabile sudario, fra aròmati d'oblio ve lo costringe.
Grave è il sudario del silenzio, e il cuore che vi si avvolge desiosamente più non si desta da quel suo sopore.
Pur, se a scoprirlo, con ben caute dita, ella s'attenti, ancor vede il dormente gemere sangue dalla sua ferita.
sera di vento
Dolce salire nella chiara sera, sola col vento che m'abbraccia, folle più d'ogni amor, la strada erta del colle fra un presagio lontan di primavera.
Dolce, s'io pur di un'ironia leggiera mi punga, come chi desto da un molle sogno, se quasi già doler si volle, ride di sua stoltezza passeggiera.
O breve inganno, io ben di te mi spoglio. Fatta serena, del destino il gioco senza umiltà io seguo e senza orgoglio.
Ma mi figuro d'avanzar guardinga e curiosa, per gioir fra poco d'altra menzogna bella di lusinga.
un'amarezza
Quell'amarezza fu senza parola: ma l'assenzio ed il fiele ed il veleno, tutto ciò ch'è più amaro, dal mio seno saliva gorgogliando alla mia gola.
L'angoscia che nessun bene consola più non mi urgeva. Sol d'amaro pieno era il mio sangue, nè veniva meno in me quell'onda lenta eguale sola.
M'ammorbava il palato il suo sapore, n'esalava il disgusto la mia voce, come l'acredin d'un malvagio fiore.
Pure, un mio riso ritrovai ancora: quel riso d'un amaro tanto atroce che stride in bocca e l'anima divora.
la malinconia
Dentro le vene la malinconia s'insinua, ed è un morbo sonnolento cui giova non trovar medicamento, uno stupor di morbida follìa.
Il desiderio più tenace svia, smemora del più intenso sentimento, quasi vapori un greve incantamento d'oppio, in cui goda più chi più s'oblia.
Essa è come un giaciglio, ove un'inerte stanchezza ci abbandoni svigorite, con le treccie disciolte e a braccia aperte.
Ed ha il torpor d'alcune notti estive, in cui ci s'addormenta indolenzite dallo spasimo oscuro d'esser vive.
al sonno
Sonno soave, il tuo suggello nero sopra l'aride palpebre m'imprimi. Sosta a lungo su me, tu che sopprimi tedio di vita e male di pensiero.
Fasciami di torpor, se il tuo mistero non ha asprezza d'aneliti che limi, se i più dolenti s'inabissan primi nel nulla d'un morire passeggiero.
Non darmi sogni; lasciami in letargo giacer, con le tue dita sui miei cigli, sotto il tepor del tuo mantello largo.
Se puoi, le dita sui miei occhi tieni fin che il Signore mio giunga e bisbigli al mio orecchio: — È l'aurora. Alzati e vieni!
creta indocile
Mi foggiò la natura in una creta indocile, e la vita non mi vide materia inerte fra sue mani infide, del suo pollice al solco mansueta.
Perchè la vita sembra un fine esteta cui una strana fantasia sorride: ora l'opera plasma, liscia, incide; contr'essa or s'accanisce, ed or s'acqueta.
Buona sorte ha per sè chi, ammasso informe, a' suoi bizzarri spiriti s'adatta, sopporta oppresso ed obliato dorme.
Folle chi i nervi a più sentire affina, vigila, freme, ad ogni colpo scatta ed inerme a difendersi s'ostina.