Versos Italian Amalia Guglielminetti Profili

Italian poem

Profili

by (1881–1941)

Listen in the reader

le oscure

Negli angoli discreti degli altari scorron corone fra le dita snelle figure curve come vecchierelle, cui lumeggian di scorcio i lampadari.

Tutte han gli stessi movimenti rari, gli stessi volti scarni di zitelle. Si salutan con occhi di sorelle, cercando un riso in fondo ai cuori amari.

Sembran celare con gelosa cura il male di sentire a ogni ora farsi più vuoti i polsi e l'anima più oscura.

E ciascuna furtiva si dilegua, senza rumore, quasi per sottrarsi a un dileggio sottil che la persegua.

mater inviolata

Come avvisaron suora Benedetta che la sua dolce alunna era partita, senza un addio a chi nella sfiorita ombra, materno cuor, l'ebbe diletta,

ella restò a fissar la finestretta graticolata e a torcer fra le dita il suo rosario, un poco impallidita, quasi in un cerchio di stupor costretta.

L'oratorio era vuoto. Fuori un volo di rondini saliva ed ella rise un riso bianco come il suo soggolo.

— La mia bambina volò via stamani, sapete? — rise fievole, e s'assise: — Ora l'aspetto, tornerà domani.

l'amico

Per noi l'amico sconosciuto vive una sua vita tenue e profonda, quando un bianco stupore ancor ci inonda ma già al volo addestrammo ali furtive.

A noi con le sue risa suggestive, lo trasse il sogno quasi a fior di un'onda, come il cigno traeva ad Elsa bionda Lohengrin lungo le fiorite rive.

Cavalier di leggenda, o eroe antico, mistico sposo, ignoto fidanzato, l'ombra di un'ombra è solo il dolce amico.

Ma è tal che sdegna un meno puro altare, tal che la carne già desta al peccato vede, effimero amore, dileguare.

Suora Rosaria

Suora Rosaria, bionda in velo nero, mai sazî sguardi rivolgeva al monte de' Capuccini e la sua liscia fronte s'adombrava di un trepido pensiero.

Le palpebre chiudeva, in atto austero, quasi ardesse al suo pallido orizzonte un sogno troppo dolce, e troppo pronte pupille ne accogliessero il mistero.

E ancora sollevando al chiostro pio in vetta al monte le sue ciglia chiare, ella chiedeva la sua pace a Dio.

Ma udiva dello stesso suo dolore pianger, là in alto, a' piedi d'un altare, chiuso nel saio, il suo perduto amore.

la sfinge

Il pensier più sagace invano indaga la purezza di tua fronte scultoria, turbato dalla bocca derisoria, dagli occhi bui di maliarda maga.

Pur, questa tua seduzione vaga di bell'enigma che ti rechi a gloria, copre sol una oscurità illusoria d'anima ambigua ch'ombra fredda allaga.

L'intima vanità mente a te stessa: tu presumi l'assenza del pensiero profondità di un'anima complessa.

E mentre un occhio osservator ti scruta tu, certa di celar qualche mistero, t'atteggi a sfinge impenetrata e muta.

virgo fragilis

Un languor di stanchezza io riconosco nel volger delle tue pupille schive. Fragil tu sei com'edera di bosco che solo a un tronco avviticchiata vive.

Come l'acqua tu sei, che in ogni chiosco verde si lagna e geme in fratte e in rive, finchè tremando, giù pel greto fosco, sposi al fiume le sue acque giulive.

Si porgono le tue docili mani, sè stesse offrendo a una catena grave con fervor d'umiltà nei gesti piani.

L'anima tua in fondo a' tuoi sfuggenti occhi, saprà sorridere soave sol quando per amare s'annienti.

tediata

Tu t'abbandoni, o pallida indolente, nella ricca mollezza de' cuscini, e in sonnolenta voluttà reclini le ciglia gravi tediosamente,

quasi un'ebrezza tenue la tua mente oziosa per strane ombre trascini, o velino i tuoi verdi occhi felini soporiferi aromi d'oriente.

O sei come una bella agile tigre, che s'allunghi a giacer sotto una palma, con sue movenze regalmente pigre.

Ma non t'insidia il serpe tentatore, e tu per scuoter la tua uggiosa calma ti lasceresti pur suggere il cuore.

frutti maturi

Venne al frutteto l'anima superba cui non pur anche amore avea sorriso: l'ombre assorte tacean, le fronde, l'erba quasi in un orto muto dell'Eliso.

Come colei che un suo mistero serba ella era grave. E col suo sguardo fiso, fosco d'un velo di tristezza acerba contrastava il languor molle del viso.

Poi ch'estate era al sommo, tra le foglie porgea ogni frutto la sua gota rosa alla man che carezza e che raccoglie.

Ma il più perfetto, a un tenue tremore del ramo, cadde a' piè della Pensosa: ella sentì cadere anche il suo cuore.

sposa bianca

Nessuno mai passò ne' tuoi capelli fluenti la carezza di sue dita, nè reclinò la tua faccia smarrita a chiuder con le labbra gli occhi belli.

Ma invano amor t'ordì vaghi tranelli; la virtù del godere ha in te esaurita mestizia assidua. Brama non t'irrita di spezzarne gl'immobili suggelli.

Desiderio di gioia non t'assale. Tu custodisci un'unica dolcezza sì intensa, che a pensarla ti fa male.

È la tua fedeltà silenziosa rampogna a chi t'offese. A te è l'ebrezza, la gioia nuziale, o bianca Sposa!

vendicatrice

Tu che inasprisci di superbi scherni e strazî di freddezze noncuranti l'uomo già altero, che t'umilia avanti il duol dei giorni alle sue ansie eterni,

tu che il suo lungo desiderio alterni fra viltà disperate e stolti pianti, non sai che lacci hai con un gesto infranti, qual vendetta tu compia non discerni.

Costui che fra le tue sottili dita fatte artigli tu stringi, e soffre, e duolsi, schiavo d'amor che il tuo negar più incita,

ingiustamente espìa, con una pena cruda, il gioir di chi fragili polsi, per suo trastullo perfido, incatena.

le deluse

Io vidi queste tendere le braccia in vana attesa d'anime deluse, con ciglia di febbrili ombre soffuse, con labbra accese nell'esangue faccia.

Con quelle labbra su cui par si taccia il gemito scorato delle accuse, ma tremi la dolcezza che le schiuse, quasi fiori che nuovo alito allaccia.

Le vidi premer sopra il cuor conserte le dita e susurrargli: — O folle, taci! — con la voce che han l'anime deserte.

E reclinare la turbata fronte, come assetati ch'odono loquaci rider l'acque e non trovano la fonte.

la respinta

In te fu sospettata la nemica subdola, quella ch'arti e audacie aduna a irretir l'ingannevole fortuna d'amore, e nelle sue reti s'intrica.

Fosti respinta. Come una mendica che insista nel suo chiedere, importuna, fosti respinta. E tu ben taci: niuna parola esiste che il tuo male dica.

Non ti fu vista la tua morte in viso. Si rinchiuse il tuo cuor pieno di strida. Su se stesso piegò, come un ucciso.

Pur, s'addolcì benigna la ripulsa. Di pietà si velò la voce infida... Come ride la tua bocca convulsa!

serena

Male s'umiliò la tua serena fronte, o Sorella, perchè a te compose gaia fortuna i suoi serti di rose e ti protesse contro ogni aspra pena.

Meglio inseguir per una strada amena le libellule a volo, flessuose, che ricercar per ombre insidiose il fior che dolce odora e che avvelena.

Non ti stupir se con la voce amara, il mio folle disdegno non ripeta, beffardo il riso di tua bocca ignara.

Più dona gioia il pueril tuo giuoco che desiderio d'anima inquieta morsa e bruciata dal suo stesso fuoco.