Italian poem
Dall'ondoso ocean l'asse stellato
by Antonio Muscettola (1628–1679)
Dall’ondoso ocean l’asse stellato trasse la notte. Or delle cure il pondo deposto avendo omai, gode beato alto silenzio taciturno il mondo. Sparse d’alto sopor premono il suolo degli antri cavi le romite belve; né sa de’ venti il temerario stuolo chiamar feroce a sibilar le selve. Della cerulea Dori il popol muto posa le membra entro l’algoso nido, e ’n tranquilla quïete il mar canuto inchina i flutti a riposar sul lido. Io sol non poso. L’amorose cure né men porgono a me sonni interrotti; sicché, vagando in fra vigilie dure, sono secoli a me tutte le notti. Non giova a me di melibei murici stender su l’ebre lane il corpo stanco, se mi sembrano ognor gli ostri fenici colmi di spine a lacerarmi il fianco. Tentai che fusser tomba al mio dolore d’indomito Lieo tazze spumanti; ma del Vesuvio il prezïoso umore tosto dal duol fu convertito in pianti. E pur del pianto mio l’onde cadenti un cor di sasso intenerir non sanno, e gli ardenti sospir, scherzo dei venti, per lo vano del ciel dispersi vanno. Oh quante volte fra’ notturni orrori inghirlandai le dispietate soglie; ma, per mio mal, quegl’intrecciati fiori giá non fruttâro al tristo cor che doglie. Deh, tu, possente domator de’ mali, ozio dell’alme e regnator di Lete, dal ciel movendo rugiadose l’ali all’agitato cor reca quïete. Giá non chiegg’io che dalle fosche piume sparga tutto il sopor nel petto mio; pago sarò se l’uno e l’altro lume toccherá, tua mercé, stilla d’oblio. Dalle tempeste de’ pensier mordaci l’animo lasso è per restare assorto; ma, se tu vieni a me, fra dolci paci ritroverá nelle tue braccia il porto. Benché di neri stami a’ giorni miei componessero il fil perfidi fati, per te, placido dio fra gli altri dèi, non dissimil sarò da’ piú beati. Tu, delle menti languide ristoro, della figlia di Temi inclito figlio, se ingiusto è il male onde penando io moro, porgi i tuoi lacci a l’uno e l’altro ciglio. Se nell’attica terra altar famoso con l’ardalide muse unito avesti, la tua destra gentil grato riposo ad un seguace delle muse appresti; ch’io di vin coronando ampi cristalli al nume tuo gli offerirò divoto; poi di vegghianti e strepitosi galli un’ecatombe svenerotti in voto. Farò ch’a gloria tua piova su l’are di papaveri molli un largo nembo, ed avverrá che da’ miei preghi impare la bella Pasitea d’accòrti in grembo. Su vieni, o sonno, e ’l tuo favor m’apporte contro al tiranno amor pietosa aita. Vientene, o sonno, e per beata sorte dal fratel della morte abbia io la vita.