Italian poem
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by Arrigo Boito
Passâr tre giorni; sotto il monumento Dorme Re Orso come un buon cristiano; Non s’ode a notte voce nè lamento, Nè verso strano.
Tutto d’or, tutto sole? e’ vi ricorda Come in mezzo a quell’orgia scatenata Orso uccidesse un verme? - È da quel giorno Un secolo trascorso e ancor vive Quel verme ucciso: Vermis non morietur. Il verme non morrà; morrà il leone, Morrà l’uom, morrà l’aquila, ma il verme Vivrà in eterno. Dal reciso capo Vegeterà più gonfio il circolare Lombrìco freddo; ei raffigura il tempo, Si logora e rinasce. Il verme d’Orso Si trascinò colla sua tronca testa Fino al suo covo, e là visse cent’anni Sotto la terra; ma ne l’ora istessa Che Orso fu morto, cominciò un vïaggio.
Il refolo buffa - in rabida zuffa - col mare lontan, E l’irta tempesta - inzacchera e pesta - lo squallido pian. Sull’umile biche - le brune formiche - errando sen van E in trepida foga - più d’una s’affoga - nel giallo pantan. E sera e mattina Un verme cammina.
Sul grifo ha tre branche - e al ventre tre zanche - col viscido umor Del corpo velluto - ei sparge uno sputo - di rabbia e livor. Si gonfia e rappiglia - s’allunga e assottiglia - quel vil vïator, Si snoda e s’annoda - dal capo alla coda - con lento vigor. Per monti e pïaggia Un verme vïaggia.
Capo Sidèro. Sta davanti il mare; Immensità. Pel figliuol del loto È morte il mar; pur convien ch’ei vïaggi.
— « A Rodi » rispondono - e in rapido vol La barca vïaggia. Appare una spiaggia Schiarata dal sol.
— « Siam giunti, o canonaci - nel porto di Rodi, « Lo schifo è amarrato. « Saltate pur giù ». Saltâr; ma il prelato - dall’ampia epiderme Frugò nella tunica - per dare al nocchier. Terror! dalla tasca Un verme gli casca Orribile e ner!! «È il diavolo! è il diavolo - (ei gridan) quel verme!» E fuggono e invocano i Santi e Gesù.
Che sapea di salsiccia, e al tiepidore Di que’ beati fianchi un dolce sonno Gli sopravvenne. Appisolò per tutto Il traghetto di Rodi, e al salto brusco Si risvegliò del prete. Or sulla duna Sta esplorando il destin. Iddio protegge I vermi della terra. Ecco, sul lido In groppa al verde carolar de’ fiotti Approda un gatto morto; è la carogna Un paradiso al verme. Il verme corre, E l’ansia cupa delle floscie anella Raddoppia, e l’onda del suo dorso, e sale Sulla carogna. Un soffio di levante Spinge il gatto nel mezzo alla marina Come nave in abbrivio, e il bruco rode Su quel carcame ch’è merenda e barca.
E sotto il buon vento Un bel bastimento Galleggia sul mar. - A bordo chi c’è? - A bordo c’è un re.
Spira Gerbino (Soffio marino): Di Samo l’isola Ecco che appar.
E sotto il buon vento Un bel bastimento Galleggia sul mar. - A bordo chi c’è? - A bordo c’è un re.
Spira Scirocco, Là da Marocco, E il lido d’Asia Ecco che appar.
E sotto il buon vento Un bel bastimento Si vede approdar. - A bordo chi c’è? - A bordo c’è un re.
Ma il bel palischermo È un micio affogato, E il re ch’è sbarcato E’ un povero vermo.
Ha lentezze da polipo e rattezze Da rondinella. - Per tre giorni ei solca Le pareti d’un ponte e va coll’aria In grembo d’una foglia, attraversando Monti, golfi, lagune in un baleno. L’anno di grazia 1120, Nel dì che Re Luigi avea segnata La pace con Normanno, il vïaggiante Lombrico era a Parigi, e le calcagna Stavan sovr’esso d’un’intera plebe Congäudente. Ma un Nume protegge Il verme della terra, e dal suo capo Storna il tallon dell’uomo; il tetro bruco Così fu salvo e continuò il suo vïaggio.