Italian poem
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by Arrigo Boito
C’è un bel cavalier Che viene da Creta, La folla inquïeta Accorre e si agglomera Per vario sentier.
Del bel cavaliero L’aspetto fatale, Emana ribrezzo. Gorgiera, cimiero, Corazza, cosciale Tutto è d’un sol pezzo. La strana armadura Incute paura.
Vedendolo correre Legger come un vento, Le donne ed i bamboli Si danno a pensar: « Nell’erta panoplia « Di fulgido argento, « Per quale incantesimo « Potè penetrar?" La strana armadura Incute paura.
« Sono il Re d’un grande Impero, « Fu Re Orso mio bisavolo, « Son venuto a cavalcion « Di Libeccio e d’Aquilon, « Per assistere all’esequie « di quel nobile guerriero » Così parla il cavaliero; Sta la folla in ginocchion.
Nel primo giorno della regia esequie, Orso (sia requie) Fu da uno strolago Del moro Alambra Unto di balsami D’aromi e d’ambra, Poi nel sudario Messo a dormir. Era di porpora Un amplio strato, Dove tre vergini Meste cucîr Il bel cadavere Imbalsamato Del morto Sir.
(Pur v’è sul sudario Un picciolo buco Di tarlo o di bruco.)
Nel dì secondo della regia esequie, Orso (sia requie) Fudentro un fulgido Feretro d’oro Calato giù. Cantâr i monaci Un santo coro Al Re che fu.
(Pur v’è su quel feretro Un picciolo buco Di tarlo o di bruco.)
Il bel cavalier Venuto da Creta Con aria quïeta Sta ritto a veder.
« È finito il funerale « Di Re Orso mio bisavolo; « Or io parto a cavalcion « Di Libeccio e d’Aquilon. » Così parla quel fatale. Sta la folla in ginocchion.
Ma non parte; muto, ritto, Più non muove piè, nè tèndine, Nè cimiero, nè gheron. Forse ei pensa un’orazion. Par sul suol piantato e fitto. Sta la folla in ginocchion.
Erta sta come cariatide La metallica figura, Eppur, mentre il ciel s’oscura, Par che un poco oscilli al vento. Che sarà? Terror! Spavento!! O miracolo! miracolo!... Restò vuota l’armatura!!!
E come fu?
Nessun si graffii La cuticagna; Rimase il guscio Della castagna, E Belzebù Mangiò il marron.