Italian poem
Amore mendicante
by Carlo Innocenzo Frugoni (1692–1768)
AMOR mutò mestiero; Non è più, qual si crede, Quel faretrato arciero, Che saettando va. Sotto mentito aspetto Fa da mendico in terra, E chiede il poveretto Per via la carità. Io l’ho testè trovato; E il furfantel ridea, Chè così trasformato Credea celarsi a me. L’ali deposte aveva, E senza strali ed arco Famelico moveva Il vagabondo piè. Lasciava errare incolto L’oro dei biondi crini E mal in cenci avvolto Il fianco trasparir. Non volli per Amore Io ravvisarlo, e il volli, Accorto osservatore E tacito, seguir. La dea de la foresta Dovean quel dì nel tempio Ninfe e pastori in festa Raccôrsi a celebrar. Del tempio in su le soglie Si pose Amor da tutte Sotto le nuove spoglie Conforto ad implorar. Pregò la bianca Fille; Che altrove superbetta Le lucide pupille Rivolse e non l’udì. Pregò la bionda Nice, Che ai prieghi non si mosse; Ma pur de l’infelice Qualche pietà sentì. A la sdegnosa Irene Tirò l’azzurra gonna: Fermolla, e le sue pene Non le volea tacer. Ma fu, qual importuno, Ripreso e risospinto, Senza soccorso alcuno Da la scortese aver. Tese la mano bella A la vezzosa Aurisbe, Che al viso a la favella Sospesa si fermò. A consolarlo forse Pendea col cor pietoso: Pria sola esser s’accorse, Nè sola farlo osò. Piangea sì derelitto Lo sventurato dio, Dicendo: ‘ E qual delitto Tanto soffrir mi fa? Tenero fanciullino, Vedovo d’ogni bene, Perchè del mio destino Non posso far pietà? ’ Quando fra i suoi languori, Fra i mesti suoi lamenti, Ecco la bella Dori; Ecco opportuna vien: Dori che ne’ bei lumi Porta celeste foco, E somigliante ai numi Un’alma porta in sen. Amor per man la prende, E nuovi preghi adorna: Ella l’inganno intende E parla a lui così: ‘ Per qual mio fato avverso, Bel figlio di Ciprigna, Così da te diverso Ti veggo in questo dì? Sincero mi rispondi, Furbetto Amor: ah dimmi, Perchè così t’ascondi? Che tenti, che vuoi far? ’ ‘ Intesi, ’ egli ripiglia, ‘ Fra l’arti esser nel mondo Felice a meraviglia Quella di mendicar. Intesi che fortuna Al domandar non manca; Niegano cento, ed una Vinta concede al fin. ’ Allor Dori sorrise, E replicò: ‘ Deponi Le ignobili divise, Amabil fanciullin. Rimetti l’ali al tergo, Al fianco la farètra, E nel mio fido albergo Seguimi, non temer. ’ Tacque, e a l’amico nume Dori di sua beltade Tutta nel pieno lume Allor si fe’ veder. Mirolla, e in un momento Riprese i suoi sembianti, E d’ubbidir contento Amore un dio tornò; E le materne forme Tutte si vider in lei, Chè più le sue bell’orme Abbandonar non può.