Versos Italian Carlo Innocenzo Frugoni Chè non vieni, Aglauro bella

Italian poem

Chè non vieni, Aglauro bella

by (1692–1768)

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Chè non vieni, Aglauro bella, Valorosa Pastorella All’Adriaca Città, Chè del Mare nata in seno Di sè posto ha l’aureo freno Nelle man di Libertà? Piano è il calle, agevol, breve: Sù via giungi al carro lieve Quattro fervidi destrier. Chè più tardi? Ecco gli Amori Gire innanzi, e di bei fiori Seminarti ogni sentier. L’almo suolo, ove or tu sei, Omai lascia, che gli Dei Degnar troppo a tanto ben. Nè ritenga il tuo bel piede La Città, che in riva siede Del famoso picciol Ren. Sebben chiara eccelsa madre Sia d’ingegni, e di leggiadre Alme accese di valor: Sebben pronta in vari modi A vestir l’alte tue lodi Di poetico valor: Dritto vanne ver l’antica Tanto a Febo ancor amica Gran Città, che bagna il Pò: Dove al suon d’amori e d’armi Divin Cigno co’ suoi carmi L’aure e l’acque innamorò. Ivi sol ti posa tanto, Ch’ei ti vegga d’un bel pianto Il suo cenere onorar: E l’avello, onde ancor mille Movon delfiche faville, D’un gentil verso segnar. Ma non tinger di bell’ira Il sembiante, su cui spira Vezzo e grazia anco il furor. Di Torquato il nobil tetto Pur là sorge, nè disdetto Per me vienti il fargli onor. Quelle mura fortunate, Se fian sol da te baciate Che bramar potran di più? Delle cose, che hanno vita, E d’Amor senton ferita, A tal ben qual scelta fu? Pur gl’indugi rompi e togli, Nè soverchio a star t’invogli Il piacer che inganna il dì. L’uno e l’altro Cigno altero Ferrea legge di severo Sordo Fato a noi rapì. Già ti chiama su le chete Placid’onde agile abete, Ove Amor nocchier sarà; E saranvi le tre belle Grazie seco, e in un con elle Allegrìa, che con lor sta. Vedrai piani, vedrai sparte Ville, e case a parte a parte Lungo il margine apparir: E del calle ogn’aspro affanno Per temprarti elle sapranno Il lor nome a te ridir. E sapranti ancora elette D’Amor vaghe canzonette Su la cetra accompagnar: E i bei versi, onde Savona Tanto grido ha in Elicona, Ed i tuoi forse cantar. Ma nel Pò non tener fiso Deh soverchio il vago viso, Onde tanti Amor ferì: Splendon troppo i tuoi bei lumi: Arser anco i freddi Fiumi Per minor bellezza un dì. Ben è ver, che l’unto pino Tosto il Veneto marino Pigro stagno solcherà: Ed oh quale il Mar farassi, Sù lui quando alto vedrassi Sfavillare tua beltà! Le Nereidi in quel giorno Al bel Legno liete intorno Sorgeranno a carolar: E a suonar le torte conche I Tritoni, e le spelonche Del mar tutte rallegrar. Piagge, e lidi, ed acque e venti Tanto allor lieti e ridenti Si mostraro, e forse più, Quando l’alma Dea di Gnido Fender l’onde, e al caro lido Approdar veduta fu. Onestà non era seco, Qual vedrassi venir teco Di candor cosparsa il vel: E dirà: Quest’Alma bella Tra noi scese dalla Stella, Che più pura splende in Ciel. Ben a Teti fia, che incresca Il confronto, e che non esca Del stuo lucid’antro fuor: Sebben quando esce dal Mare Tra suoi Numi assisa appare Su gemmata conca d’or. Ma dell’una e l’altra nera Tua pupilla messaggiera Qualche Ninfa a lei n’andrà: Molto a lei dell’agil fianco, Del crin bruno, e del sen bianco, Ma non tutto dir saprà. In fin quella veder dei Gran Città, che gli alti Dei Sopra l’acque collocar: E in lei cento eccelse moli Di Teatri al Mondo soli, E di Templi torreggiar. Qual più brami in Mare, e in Terra Al tuo sguardo si diserra Doppio comodo sentier: Ma tu tienti, a quel, che snella Fender vedi Navicella Di sagace Gondolier. Fra lietissimi pensieri, Sopra i morbidi origlieri Posa il fianco, e in giro va: E Palagi vedrai starsi Sopra l’onde, e quelle farsi Terso specchio a lor beltà. Che fia poi qualor velato Vedrai d’ostro il gran Senato L’ampia Sala riempir: E la prisca di Quirino Gloria in esso, e il bel Latino Chiaro Genio rifiorir? Ma già lieta ecco s’appresta A condur qui gioia, e festa La stagione del Piacer. Giovinetta, che di rose Flagel siringe, e le noiose Cure fuga, e i rei pensier. Mascheretta a lei non manca, Ch’arte industre in sottil bianca Cera involse, e figurò: Pronte ha quante adorne e belle Di vestir fogge novelle Francia altera a noi mandò. Calzan già gli aurei coturni Lieti Drammi nè notturni Ozi usati a risuonar: Già gli amanti, come vuole Liberta, che seco ir suole, Riconsigliansi d’amar. Deh quai candidi ed onesti Piacer preganti, che a questi Dolci lidi volga il piè! Bei contenti, e bei diporti Della vita son conforti: Senza lor bella non è. Vieni, Aglauro, e qui disvela Que’ due lumi, ove si cela Amor quale in Ciel si sta. Vieni, e godi: fuggon l’ore, E nemica empia d’Amore Ratto vien la curva età.