Versos Italian Fazio degli Uberti Quella virtù che 'l terzo cielo infonde

Italian poem

Quella virtù che 'l terzo cielo infonde

by (1305–1400)

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Quella virtù che ’l terzo cielo infonde Ne’ cuor che nascon sotto la sua stella Servo mi fe di quella Che ne’ belli occhi porta la mia pace; La qual nulla distanzia a me nasconde, Sì nella mente Amor me la suggella; E la dolce favella Che udir mi pare ogn’or ch’ella più tace. Ogni pensier fuor che di lei si sface, Prima che alla mente giunto sia, Nella mia fantasìa; Chè senza lei non può punto durare. Ma, perchè io veggio Italia devastare, I’ prego Amor che per sua cortesìa Tanta grazia mi dia, Ch’io possa in sua difesa recitare Quello che in visïone udi’ narrare Ad una donna con canuta chioma, La qual mi disse ch’era l’alma Roma. Sol con amore un giorno a piccol passo Della mia donna ragionando mossi. Uscendo fuor de’ fossi Tenni per un sentier d’un bel boschetto, Per lo qual mille volte mi vo a spasso Purgando gli umor freddi secchi e grossi; Poi montai gli alti dossi De’ verdi colli per più mio diletto. Quivi mi posi senza alcun sospetto Tutto disteso in un prato di fiori; E poi a quelli odori Sopra le braccia riposai la testa. Così dormendo vidi in bruna vesta Una donna venir tra più signori; E quanti e quali onori Si posson far, tutti faceano a questa. Ell’era antica solenne et onesta; Ma povera pareva e bisognosa; Discreta nel parlare e valorosa. Ne’ suoi sospiri dicea lagrimando Con voce assai modesta e temperata: — O lassa isventurata, Come caduta son di tanta altezza, Là dove m’avean posto trïonfando Gli miei figliuol, magnanima brigata!, Che m’hanno or visitata Col padre loro in tanta gran bassezza. Lassa!, ch’ogni virtù ogni prodezza Mi venne men quando morîr costoro, I quai col senno loro Domaro il mondo e riformârlo in pace Sotto lo splendor mio, ch’ora si face Di greve piombo e poi di fuor par d’oro. Or di saper chi fôro Arde la voglia tua sì che no ’l tace. Ond’io farò come chi satisface L’altrui voler nella giusta dimanda, E perchè di lor fama ancor si spanda. Quel biondo grande che sta sol da parte Con reverenzia fra questi maggiori Ha in cielo quelli onori Che l’opere sue belle gli acquistaro: Egli è ’l mio genitor, figliuol di Marte. E gli altri più reverenti signori Son cento senatori, Che dopo lui sì ben mi nutricaro Un anno e mezzo. E poi mi governaro Dugento quarantanni e tre puntati Quei sette coronati, Fin che Tarquin fu da Bruto cacciato. Poi resse e governommi il consolato Quattrocento sessanta e sette ornati Anni ben numerati, Essendo consol pria Bruto chiamato; Ve’ Publicola ancor che gli è da lato. Ma, perchè forte a dir di tutti quanti, Di loro e d’altri mostrerotti alquanti. Quel che tu guardi con tanto diletto Per la real sembianza ch’e’ ritiene È quel da cui conviene Prendere esemplo ognun che cerca onore: Egli è ’l mio Cesar onde ogni altro è detto, Cesar che mia corona in testa tiene, Cesar di buona spene, Cesar del mondo franco domatore. Quel che gli è dietro fu suo successore, L’avventurato Augusto. E poi da lato Gli vedi l’onorato Pompeo Magno e l’ardito Affricano E ’l savio Scipïone Emilïano E Scevola e Cammillo e Cincinnato. Vedi Bruto e Torquato, Rigidi padri colle scuri in mano. L’altro è Orazio, colui che nel piano Combattè co’ nimici a fronte a fronte, Facendo dietro a sè tagliare il ponte. Or volgi gli occhi al mio giusto Catone: Ve’ la sua contenenza e ’l forte petto Che sempre fu recetto D’ogni virtù et onorato ostello; Egli ha da lato il savio Cicerone. Fabio Massimo è quel c’ha dirimpetto, Che tien per mano stretto Il dignitoso e nobile Marcello. Mira due scogli, Fabrizio e Metello; Mira le man callose per l’arare D’Attilio consolare Che abbattè trïonfando tante schiere. L’altro è Siccio Dentato il battagliere Che fu veduto nello stormo entrare E con onor tornare Cento venti fïate a mie bandiere. O figliuol mio, omai leva il pensiere In far mia voglia, e pensa se t’è briga; Chè mal s’acquista onor senza fatiga. Onor ti sarà grande et a me stato, Se per tuo operar son consolata, Essendo abbandonata Da tutti que’ che mi dovrìeno aitare. Raccomandar mi volli al mio senato Che m’ha con le sue man dilacerata: La porta era serrata, E trovai la ragion di fuora stare; In su la soglia vidi, per guardare, Superbia invidia et avarizia ria, E vietârmi la via; Sì che miei passi indarno fêr lor corso. Or come avrò dal buon Carlo soccorso, Che m’ha lasciata avendomi in balìa, E non per mia follìa? O buon principio, dove se’ trascorso! Nè spero da’ Pugliesi aver soccorso Che fan contento ogni uomo a cui diletta Giusto giudicio e divina vendetta. Però surgi gridando, o figliuol mio! Desta gl’Italiani addormentati, D’amore inebrïati Delle triste guardiane ch’or nomai. Di’ lor come a figliuoli il mio desìo, Chè sempre fûr compagni de’ miei nati. Non sien pigri nè ingrati A pormi nel gran seggio ond’io cascai. Un sol modo ci veggio, e quel dirai; Che piglino quel buono uom che ’l può fare, Che mi debbe donare Un virtuoso re che ragion tegna E la ragion dello impero mantegna; Sicchè, com’è in pensier passi oltremare, Facendo ognun tremare Ch’arme pigliasse contro alla sua ’nsegna; Perchè a tanto signor par che s’avvegna La destra fiera e la faccia focosa Contro a’ nemici, e agli altri grazïosa. O figliuol mio, da quanta crudel guerra Tutti insieme verremo a dolce pace, Se Italia soggiace A un solo re che al mio voler consenta! Poi quando Iddio ce lo torrà di terra, Gli altri non sien chiamati a ben ti piace; Ma, come ogni re face, Succederà il figliuolo o il più parente. Di che seguiterà immantinente Che ciascun rio pensier di tirannìa Al tutto ispento fia Per la successïon perpetuale. E quando il suo vessillo imperïale Menerà il padre santo a casa mia, Vedrai di mercanzìa Tutto adornato il paese reale. Or vedi la grandezza dove sale Questa ch’è donna delle altre province, Se ’l suo peccato stesso non la vince. — Canzon mia, cerca l’italo giardino Chiuso da’ monti e dal suo proprio mare; E più là non passare, Chè più non disse chi mi diè la ’mposta. E guarda ad ora ad or da costa a costa Gli atti che vedi a chi t’ascolta fare; Chè si vuol giudicare Tal’or di for l’intenzïon nascosta. E se trovi la gente mal disposta, Se dagli orbi superbi sei derisa, Lascia pur fare; e vedrai belle risa.