Italian poem
Nella tua prima età pargola e pura
by Fazio degli Uberti (1305–1400)
Nella tua prima età pargola e pura Ch’eri qual novelletta primavera, Cara mia luce e vera, Con gli occhi tuoi mi apristi lo ’ntelletto; E se allor ti mostrasti schiva e dura, Come tu sai, meraviglia non era Perchè d’amor la spera Non riscaldava ancora il tuo bel petto. E con molto sospetto Chiamai più soli il tuo piacere acerbo; Ma pur qui non so dir siccome strugge Bramar beltà che fugge, Se non che io consumava ogni osso e nerbo. Così t’amai nella tua puerizia; E se allor t’era in ugge, Sempre attendea, per ben soffrir, letizia. Moltiplicava a dì a dì amore In me, siccome in te facea beltate, Ch’ogn’or più delicate Mostravi, a innamorar, le tue fattezze. E tanto fu così vago il mio cuore, Che tu venisti in la seconda etate; E, come alber l’estate, Mostrasti più virtute e più bellezze. Qui provai le dolcezze Che è amare chi a ragione intenda; Qui fu pietà soccorso del mio pianto; Qui facesti ben tanto Ch’i’ non so mai come il merito renda. Certo io non dico ch’i’ fossi sì oltre Ch’io mi possa dar vanto Ch’io ti vedessi mai sotto la coltre. Ott’anni fu, che non mi parve un’ora, Tanto mi piacque il tempo che diviso Col tuo vezzoso riso Ogni spirito mio facea contento. Ed altrettanti ne son iti ancora Ch’i’ mi trovo lontan dal tuo bel viso, E tanto son conquiso Che ciascun dì mi paion più di cento. Lasso!, se or tormento Poichè non posso tua beltà vedere, Certo non è da maraviglia farsi; Però che mai non arsi Com’io ardeva del tuo bel piacere, E quanto amor mi combatte e martìra Sì nel mio pianto parsi, Che qualunque mi guarda ne sospira. Or se dubbiassi e mi volessi dire Che è che non sia morto in tanti stridi, E poi come mi fidi D’aver portato fede a que’ begli occhi; I’ ti rispondo che tal’or venire Mi par vedere Amore e che te guidi Gentil quanto ti vidi Quando prima provai gli ardenti stocchi. E par neve che fiocchi Del tuo bel viso l’amorosa manna Colla qual cibi gli spiriti miei; Sicchè tu se’ colei Che campi me che morte non mi danna: E poi mia fede è tal che, s’io volessi, Partir non mi potrei Da te nè far ch’un’altra mi piacessi. Così com’egli è vero ciò ch’io scrivo, Sì disbrami io di te veder la voglia In prima che ti toglia La tua terza stagion le verdi fronde; Bench’io pur pensi che, come l’ulivo O ver l’abete al fin non perde foglia, Così mai non si spoglia Da te beltà per tempo che secondi; Ch’i capei crespi e biondi Gli occhi e la bocca ed ogni beltà tua Non fece Iddio perchè venisser meno, Ma per mostrare a pieno A noi l’esempio della gloria sua. O luce mia a cui mi raccomando, Per merito sì pieno, Sia grazïosa a questa ch’io ti mando. Canzon, non è bisogna ch’io ti dica Dove tu dèi andar: ch’il sai com’io. Sol ti prego per Dio Che del tornar, quanto tu puoi, t’affretti; Chè tu sai ben che sopra ogni fatica All’uom c’ha stato bisognoso e rio, Come vedi ch’è il mio, È l’aspettare e viver con sospetti. Poi t’ammonisco che non ti diletti, Come hanno fatto le sorelle tue, Delle bellezze sue, Tanto che del tornar tu fossi niente; Chè degno è quel servente Di mille morti, che ’l suo cammin tarda Al gran bisogno, come fece il corbo. Or va’, figliuola, e guarda Al tuo dover ed al mio grave morbo.