Versos Italian Fazio degli Uberti Lasso! che, quando imaginando vegno

Italian poem

Lasso! che, quando imaginando vegno

by (1305–1400)

Listen in the reader

Lasso! che, quando imaginando vegno Il forte e crudel punto dov’io nacqui E quanto più dispiacqui A questa dispietata di fortuna; Per la doglia crudel che al cor sostegno, Di lagrime convien che gli occhi adacqui E che ’l viso ne sciacqui, Ch’ogni duolo e sospiro al cuor s’aduna. Come farò io, quando in parte alcuna Non trovo cosa che aiutar mi possa, E quanto più mi levo più giù caggio? Non so: ma tal vïaggio Consumato have sì ogni mia possa. Ch’io vo chiamando morte con diletto; Sì m’è venuta la vita in dispetto. Io chiamo, io prego, io lusingo la morte Come divota cara e dolce amica, Che non mi sia nemica Ma vegna a me come a sua propria cosa. Ed ella mi tien chiuse le sue porte, E sdegnosa vêr me par ch’ella dica Tu perdi la fatica, Ch’io non son qui per dare a’ tuoi par posa. Questa tua vita cotanto angosciosa Di sopra data ti è, se ’l ver discerno; E però il colpo mio non ti distrugge. — Così mi trovo in ugge A’ cieli al mondo all’acqua ed all’inferno, Ed ogni cosa c’ha poder mi scaccia; Ma sol la povertà m’apre le braccia. Come dal corpo di mia madre usci’ io, Così la povertà mi fu da lato, E disse — T’è fatato Ch’io non mi deggia mai da te partire. — E s’ tu volessi dir come ’l so io, Donne che v’eran me l’hanno contato; E più manifestato M’è per le prove, s’io non vo’ mentire. Lasso! che più non posso sofferire; Però bestemmio in prima la natura E la fortuna, con chi n’ha potere Di farmi sì dolere: E tocchi a chi si vuol, ch’io non ho cura. Chè tanto è ’l mio dolore e la mia rabbia, Ch’io non posso aver peggio ch’or io m’abbia. Però ch’io sono a tal punto condotto, Ch’io non conosco quasi ov’io mi sia; E vado per la via Com’uom ch’è tutto fuor d’intendimento; Nè io altrui nè altri a me fa motto, Se non alcun che quasi com’io stia; Più son cacciato via, Che se di vita fossi struggimento. Ahi lasso me! che così vil divento, Che morte sola al mio rimedio chieggio. Il cuore in corpo e la voce mi trema, Io ho paura e tema Di tutte quelle cose ched io veggio; Ed ancor peggio m’indivina il core, Che senza fine sarà il mio dolore. Mille fïate il dì fra me ragiono — Deh, che pure fo io che non m’uccido? Perchè me non divido Da questo mondo peggior che ’l veleno? — E riguardando il tenebroso suono Io non ardisco a far di me micido; Piango lamento e strido, E com’uom tormentato così peno. Ma quel dì ch’io verrò piuttosto meno Si è, ch’io odo mormorar la gente Che mi sta più che ben se io ho male; E ch’è gente cotale, Che, se fortuna ben ponesse mente In meritargli quel che sanno fare, E’ non avrebbon pan da manicare. Canzon, io non so a cui io mi ti scriva; Ch’io non credo che viva Al mondo uom tormentato com’io sono; E però t’abbandono, E vanne ove tu vuoi, u’ più ti piace, Chè certo son ch’io non avrò mai pace.