Italian poem
I peccati mortali
by Fazio degli Uberti (1305–1400)
Io so’ la mala pianta di Superba, Che generò di ciascun vizio il seme; E quel cotal non ama Dio nè teme Che si nutrica di questa mia erba. Io son mal grata arrogante ed acerba, Per cui il mondo tutto piange e geme; Io so’ nelle gran cose e nell’estreme Colei che compagnìa rompe e disnerba: Io so’ un monte tra ’l cielo e la terra, Che chiudo gli occhi vostri a quella luce Che ’l sol della giustizia in voi conduce. Col sommo bene sempre vivo in guerra: Ver è che, quando regno in maggior pompe, Giù mi trabocca e tutta mi dirompe. Io so’ la magra lupa d’Avarizia; Di cui mai l’appetito non è sazio, Ma quanto più di vita ho lungo spazio Più moltiplica in me questa tristizia. Io vivo con sospetto e con malizia, Nè lemosina fo, nè Dio ringrazio. Deh odi s’io mi vendo e s’io mi strazio, Chè mor’ di fame e dell’oro ho dovizia. Non ho parenti, nè cerco memoria, Nè credo sia diletto nè più vivere Che d’imborsare far ragione e scrivere. L’inferno è monumento di mia storia; E questo è quello bene in cui m’annidolo: Il fiorin pregio, e Dio tengo per idolo. Ed io Invidia, quando alcuno guardo Che si rallegri, vengo umbrosa e trista; Nei membri nel parlare e nella vista Discuopro il fuoco d’entro ove io ardo. Da fratello a fratel non ho riguardo: Ognun sa ben quel che per me s’acquista; Morir fe Cristo e cercare il salmista Dinanzi da Saùl co’ lo mio dardo. Io consumo lo core dov’io albergo: Io posso dir ch’io sia discordia e morte Di città di reami e d’ogni corte. Ai colpi miei non può durare sbergo, Per ciò ch’a tradimento gli disserro: Io dico colla lingua e non col ferro. Io so’ la scelerata di Lussuria Che legge nè ragion mai non considero, Ma tutto quel ch’io voglio e ch’io desidero Giusto mi pare, e qui non guardo ingiuria. Io sono un fuoco acceso pien di furia, Che i Greci e gli Troian già mal me videro. L’anima perdo, ed il corpo m’assidero; E vivo con malizia e con ingiuria. E come ch’io dimostre nel principio Un dolce ed un contento desiderio, Pur la mia fine è danno e vituperio. Del porco nel costume participio; E quanto è da lodar l’uomo e la femina, Che fugge l’esca che per me si semina! Io so’ la Gola che consumo tutto Quanto per me e per altrui guadagno, E in ogni altro bisogno mi sparagno Per satisfare a questo vizio brutto. Lassa mi trovo e col palato asciutto, Con tutto che lo dì e la notte ’l bagno; Del corpo sono ’l vecchio e nuovo lagno, E del ciel perdo l’angelico frutto. Trova chi colga ben di ramo in ramo, Ch’al mondo fui principio d’ogni male Nel pomo che gustò Eva ed Adaino. La fine mia pel mio soverchio è tale, Che guasto gli occhi e parlitica vegno E casco in povertà senza ritegno. Ira son io sanza ragiona e regola, Subita, furibonda, con discordia; Pace nè amore con misericordia Trovar non può chi con meco s’impegola. Tutta mi struggo e rodo come pegola; Minaccie e grida sempre con discordia Dov’io albergo; non trova concordia Figliol con padre quando sono in fregola. Tosto com’ foco ogn’or più sento accendere Entro all’animo mïo, ciò lo torbida, Dove non pote mai il ver comprendere. Paura nè lusinghe me rimorbida; Dispregio Dio, fè, battesmo e cresima; Uccido altrui e quando me medesima. Ed io Accidia so’, tanto da nulla Che gramo fo di chiunque m’adocchia; E per tristezza abbascio le ginocchia, E ’l mento su per esse si trastulla. Io so’ cotal qual m’era nella culla; Non ho più piedi nè mani nè occhia; Gracido e muso come la ranocchia, Discinta e scalza, ed ho la carne brulla. A me non vale esempio di formica; Deh odi s’io son pigra, che gustando E il mover della bocca m’è fatica! In somma, quando vengo ben pensando, Dico fra’ miei pensier tristi ed infermi: — Io venni al mondo sol per darme a’ vermi. —