Italian poem
Ai Signori e Popoli d'Italia
by Fazio degli Uberti (1305–1400)
O pellegrina Italia, Che è che sì t’ammalia Che cacci via la balia, — e muor’ di fame? O nobile reame, Come veggio in te grame Donne donzelle e dame!... Ben è peggio che morto Colui che non s’è accorto — di tal male. O nido imperïale, O sito liberale, Le virtù c’hai, in male — hai promutate. O genti desolate Per cupidigie state, Or siete in tale stremo Che noli me tangere! I’ ti veggo sì frangere, Che a pena puoi piangere. Il giudicio si fermi. Per li tuoi molti infermi E frodolenti schermi, Di vermi — ti vegg’io fare dogana E di pelle e di lana. E per molte fiumana Ti converrà nuotare, E nel mar affogare — e toccar fondo. Io più non mi nascondo; Però che tutto ’l mondo Par che si senta mondo — d’ogni bene; Ma dicer mi conviene; Però che senza spene — son rimaso.... Italia, il tuo martìre Intendo far sentire; E non pensar fuggire — per peggiorare. E vòmmi incominciare Dal barattier che tien l’anguilla in mano. Tu che guardi Milano E poi fai capitano Di casa tua la morte, Tu se’ verace morte Di giustizia e di pace. Ogni guerra ti piace, E ogni verace — t’è mortal nemico. Io pure te lo dico: Per non conoscer fico, Ti fia data la sorba; I’ dico sorba nè mézza nè macera. La gente già si macera; E la biscia getta il pasto e l’orgoglio: Ed al passar del soglio Ti fia data la stretta. Ognun che vuol vendetta Non abbia fretta: Chè la giusta vendetta Non tarda a chi l’attende. Or senza padiglioni e senza tende Le bende avranno spaccio: Senza tendere il laccio, Avaccio avaccio — entrerai nella rete; I’ dico in rete Non di mura o parete, — ma di ferro. Ed il monte del ferro Fa già chiocciar il ferro Alla città del ferro e a’ suffragani Colle man de’ paesani E di molti più strani. E la cicogna rivorrà la torre Con quelli dalla Torre, Perchè vi vuol su porre — i cicognini. Al tempo de’ pulcini Vedrai fatti gli uncini; Ed i pulcin fatti pollastri, E di guerra far mastri, E tagliar volpi lupi e leopardi E di molti Lombardi. E tal crederà tardi Esser venuto, e fia assai per tempo. I’ veggo assai per tempo Di te fatto cornacchia: Dico cornacchia Che si vestì, fu già, dell’altrui penne; E quando a corte venne Degli uccelli, convenne — pur cantare; Vedendola gracchiare, Ciascun l’andò pelare — delle sue penne. Questa favola intenda Chïunque ha fatto co’ graffi e co’ morsi, Chè io veggo gli orsi Pigliar dentro le tane: Osti agguati e gualdane La giustizia di Dio ti mena all’uscio. In male serra l’uscio Colui c’ha dentro all’uscio Quel che fa la mostarda. Questa mostarda Toglie alla biscia ardire: Ella suol partorire Pe’ fianchi, e or partorisce per la bocca. Ora noti a cui tocca Quel che ’l mio dire iscocca Di questa cosa grave. In su l’antica nave Con quella di Soave Veggio che si raccoglie. Figlie sirocchie e moglie Veggo pianger per doglie, Predate o tolte senza anello o dote; Panni squarciar e gote, E star le genti ignote Come se fosser pazzi. Perder veggio sollazzi, E le strade e li spazzi Sanguigni e pien di morti; Tagliar catene e porti, E Giuda e Tolomeo e Ganellone Diventar qui Sansone, Enea ed Antenorre dar l’entrata. Che val terra murata? Ah mente scellerata! Quel da Posterla guata — il suo oltraggio. Oh quanti aspettan maggio — per dir: Moia! Ma di tutte le cuoia Non se ne fa pavesi. O ciechi Milanesi, Bresciani e Piemontesi! Tutti li vostri arnesi — fien distrutti; E molti pianti e lutti Vi lascerano asciutti — d’ogni bene. Alla Scala conviene Di quel ch’ell’ha e tiene Lasciar di quattro i trene, — e quel non fermo: Entrato c’è il vermo. E per lo fermo — quelli da Gonzaga, Parmigiani e Carrara, Con quelli da Ferrara, Andranno insieme in bara; — ma non al Santo. Lo ippocrito ammanto — di Vinegia Del titol che la egregia — fia vacante. La gente soprastante Superba ed arrogante Di Genova e sua banda Farà tosto ghirlanda — di novi guai. Ma non fieno i sezzai Di quella terra che manuca il senno: Io parlo qui per senno, Ch’ella manuca senno, E poi serve a malizia Usura ed avarizia Colla perfida gola. Ma colui che la ’ngola Vuol mostrar che la imbola: Ma egli è pur di quelli del biscione. Tosto farà ragione D’altro che di Bologna: E sua rogna — sarà foco salvatico... Ma il popolo scismatico Raddoppierà lo statico — al tiranno; E già per questo danno Non riavranno — gli scacchi e ’l tavoliere. Il panno in molte terre Si misura senza canna. Il ciel m’ammanna Che a chi fia di zanna E a chi dato d’uncino. O romagnuol giardino, O vedovo meschino, Come veggio tapino — ogni tuo nato; E de’ tuoi far mercato Come di gente schiava! E a cui piace, e a cui grava. E Imola Faenza e sua montagna Tende a Forlì la ragna; Meldola a Bertinoro. A questo concistoro Chi è chiamato capo fia percosso. Ora si guardi il dosso La terra del Savio: Or si parrà se il savio Sa fuggir il giudizio. Chi non fuggirà il vizio Non fuggirà la spada; Che molto poco aggrada A quelli da Polenta. In ciascun par che spenta Sia in lui ogni ragione: Vuol saltar Rubicone, E di te far fastello. Aspetta il martello Ed il coltello — con quel da Verrucchio, E con chi succhio Per vïolenza trà’ dell’altrui bene. In te daran le rene E desinari e cene — del mal frate, E l’opre dispietate Di Tibaldello e di Ravenna. Io pur meno la penna, E giustizia mi assenna Del fatto di montagna e quel di Fano. Tutto ’l tuo monte e ’l piano I’ veggo pien di ragne E di fosse terragne. Vegga giustizia l’opere tue ladre: Chente saranno le dolenti madri! Vo’ ritornar a’ padri — de’ miei falli, L’aguglie e’ gigli gialli, Per cui i vaghi galli Che son due fanno sciarra. Vòmmi far dalla lepre che si sfarra E gitta via la sbarra — alla pantera. O volpe iniqua e fera, Tu se’ giunta alla sera, Chè ciascun uomo spera — te diserta! Tu sarai Tebe certa, Per l’innocente sangue che bevesti! Quel da Milan prendesti, Per sacrificio ’l desti Lui e’ figliuoli al serpe. Ahi anime crude più che serpe, Ch’è de’ figliuoli del conte e di lor fame? Distrutto il tuo reame Sarà colla tua rabbia; Per grattar la pantera avrai la scabbia, Con fuochi sangue prede guasti e ratti; E tra questi baratti Terminerà la pantera, — e sarà sera. L’orsa cupida e stanca Sarà come chi affoga; Camperalla la soga — ch’ella tiene. Ma ella pur conviene Pagar lo malo scotto; I’ dico il crudo e ’l cotto; Che il veltro e San Cerbon son invitati Con altri disfrenati Che sono inebriati — all’altrui vino. Lo lion del gran giardino Da dritto e da mancino — s’arrosterà, E darà e torrà, E fuoco metterà — per molte selve Pagando molte belve.....; Ma e’ darà a ogni morso ’l pelo, Vedovo scuro sarà con suo velo; Questo mi mostra ’l cielo; Ma grande rimarrà in fra’ dispersi. Volgo alla lupa vana i tristi versi, Che spera in Talamone e nella Diana; Lascerà l’altrui tana, E nella sua sarà poco sicura; Arroterà la scura, Che taglierà da piede ’l suo riposo. Io pur noto e pur chioso. La pulce to’ riposo A chi dorme e a chi vegghia, Per molte torte c’ha nell’altrui tegghia. Vedrai menare stregghia Al cavallo sfrenato Più anni ammantellato; Ma e’ fia liberato E poi inceppato — dalla mala petra: La mala petra scende la Scatorbia. Quadrella senza gorbia Veggio piover per turma: Veggio per porta eburna Entrar i novi gotti, Ch’oggi son pegolotti. E le ciance co’ motti Saranno del grifon mortal tormento, S’avuto n’ha il talento; E per suo amor vorrebbe Ercol e Cacco; Ben ne fia rotto e fiacco. Or vedrai novo macco Nella Marca Ducato e Patrimonio: Dice ciascun che sa più del dimonio; Ma e’ fian messi al conio, E merti giusti avran di lor dispetti. Lasso! il sasso dell’oca ne’ miei detti E la vita de’ vecchi e suoi gentili, Per far più brievi stili, Saran pagati col gran prete errante. Volgomi al leofante Che fu del mondo tutto dominante, Che perderà le tre parti del cuore; E il suo maggior dolore Ragguaglierà il minore. — E la sua balia, Ed il corno d’Italia, E le isole del zolfo e del foco, E il côrso e il sardo loco, Col lor traditor giuoco, Piangeranno i lor morti Ed i lor vivi torti; E fia lor colpa e pena pareggiata. Gente con gente cruda e dispietata, Re contro a re armata; E popoli e province stretti a’ ferri, E di moltiplicati erri; Di Ninive e di Tebe odo le strida E le troiane grida, Gli stormi pompeiani e di Guiscardo, E ’l figlio longobardo; Attila Brenno Annibale affricano; Tutti gli scempi che fe mai romano O Serse o Dario o Ciro o Maccabeo O vuoi cristian saracino o giudeo; Ceperan, Montaperto, Campaldino, Altopascio..... e Montecatino. Il giudicio divino Farà novelli a noi li detti scempi. E fien propinqui i tempi Che fia pestata la dolente salsa Con molta gente falsa, Serpi, sirene, nottole e leoni, Mosche, cani e scorpioni, Pecoron grossi e bramidi avvoltori. E sotto i copertori Donne infinite andranno sole a letto, E in cambio di diletto Ogni sospetto — avranno in compagnìa. Perirà qui la buona per la ria, Spoglieransi le chiese e’ monasteri; Color sanguigni e neri Varranno più che scarlatti o velluti; Li stormenti e liuti Saranno le campane e’ tamburelli; Le gualdane e’ drappelli Risponder cenni ed ammattar insegne; D’ogni maniera legne Si troveranno a due spietati fuochi. Oh quanto saran pochi Que’ che Saturno e Marte a gloria serba! O mala italic’erba, Come ti veggo acerba — iscellerare, E il prezzo a rovinare — diventar esca! Molta gente tedesca Inghilese e francesca E gli Ungheri e gli Schiavi e gli Spagnoli Perderan padri fratelli e figliuoli Con agghiadati duoli: L’offerta loro a Marte sarà sangue. Crudele è chi non langue, Veggendo il demon angue Nelle sue reti entrar con tanta preda. Non fia più quistïon di chi sia reda, Ma per niente fia quel ch’or è più caro. Or pianga ogni uomo avaro, E que’ che fan suo dio argento ed oro. Ov’è Mida con l’oro? Ov’è Sardanapalo E il traditor Neccalo? Ov’è la tirannìa col suo affanno? Ov’è ogni tiranno Ch’al nostro tempo portav’alto ’l capo? Tu rispondrai — Non sapo. — Ov’è superbia in ogni far e dire, Ove i vizi seguire E lasciar le virtù chiare ed aperte? Ma state, o genti, certe, Ch’egli è de’ santi articoli veraci Dio far bene a’ veraci E punire i fallaci E la mala famiglia. E chi ben qui con meco si assottiglia, Non li parrà questo dir meraviglia. Giustizia m’assicura e dà valore, Vero frutto verranne dopo il fiore.