Versos Italian Francesco De Lemene Cantiam Inno, al gran Dio. Nel Ciel, nel Mondo

Italian poem

Cantiam Inno, al gran Dio. Nel Ciel, nel Mondo

by (1634–1704)

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CAntiam Inno, al gran Dio. Nel Ciel, nel Mondo D’Abram, d’Isacco, e di Giacobbe il Nume E’ pur saggio, e possente, e buono, e grande. Col suo poter la sua bontade spande, Che scorre e irriga, inessicabil fiume, Lo steril sen del Nulla, e ’l fa fecondo. Sgorga nel Nulla, ed ivi La diramma in più rivi Con misura inegual saper profondo: Quel profondo saper; de’ cui governi Sol voi siete la legge, arbitri eterni. Del suo poter, del suo saper ripiene Son l’opre tutte, e le rotanti spere, Son pieni di sue glorie ampj. volumi. Col regolato error di tanti lumi Apre del gran saper, del gran potere All’attonito Mondo illustri scene. Ma con gran sapienza, Se infinita potenza Diede già vita al Mondo, e in vita il tiene, O Dio, non fia però, che mio ti chiami, Perchè sai, perchè puoi, ma perchè m’ami, Quanto d’adorno e vago a noi riluce Col tuo raggio divin, tutto disserra Un’amoroso tuo fecondo zelo. Sol perchè amasti il Cielo, eccoti il Cielo; Perchè amasti la Terra ecco la Terra; Perchè amasti la luce, ecco la luce. Eccomi adunque anch’io, Saggio e possente l’idio, Opra dell’amor tuo, che mi produce: E s’ei non mi traea dalla tua mente, Or non t’adorerei saggio, e possente. O primiera cagione alta immortale, Ben da sì grandi, e sì leggiadri effetti Il tuo potere, il tuo saper conosco. So, che tu sei, ma chi tu si m’è fosco; Che di poggiare a sovrumani oggetti Stretta fra’ lacci suoi l’alma non vale. In Te stessa ti copri, Ti palesi quand’opri, Tu rischiari ed acciechi occhio mortale; E si vestì la tua beltà divina Su l’Orebbe di rai, d’ombre sul Sina. Io dunque umil sì lucid’ombra adoro, Volgendo i preghi ove sua cuna ha il giorno, Come la prisca Atene a Nume ignoto. Prendi su l’ali tue, prendi il mio voto. E tu lo porta a Dio nel tuo ritorno. Al dorato levante, Euro sonoro. Ma che! Nell’alta mole, Fatto sua Regia il Sole, Sparge ancor da l’Occaso i raggi d’oro, E nel meriggio, e a i rigidi Trioni; E’ Re dall’Austro, ed ha sul Borea i troni. Riempie il Tutto, e se fingendo io penso, Oltre al confin de’ vasti spazj e veri, Deserti immaginati, e spazj nuovi, Ivi col mio pensiero, o Dio, ti trovi. Stendendo ancor non limitati imperi Oltre (se dir si puote) oltre a l’immenso, Tutt’i luoghi riempi, Occupi tutti i tempi Con quell’immoto istante ignoto al senso: Eterno, regni, anzi regnar ti scerno Oltre (se dirsi puote) oltre a l’Eterno. A l’Eterno, a l’Immenso or qual se vasta Con splendida pietate, e qual sì augusta Mole ergerem, che del suo Dio sia degna? Per lui, qual più risplenda, è mole indegna, Per lui qual più si stenda è mole angusta Che tutto il Ciel riempie, e poi sovrasta. Ah, che l’eterna Cura Nostri tesor non cura: Per suo tempio superno il cuor le basta, Ove in lampa d’amor risplenda il fuoco: Le basta il cuor, se l’Universo è poco. Se tu n’avvivi, Amor, deh tu n’impetra Un raggio sol di quel beato ardore, Onde avvampan là sù que’ Genj santi, E moveranno all’ora i nostri canti Con voi gara gentil, menti canore, Mandando inni di voti a ferir l’Etra. Intanto, o Re de’ Regi, Di tue glorie si fregi Questa d’ogni armonia povera cetra, Che mia tarda pietate a te consacra, Profana un tempo, e col tuo nome or sacra. Più, qual solea sul vaneggiar degli anni, D’amorosi delirj or non risuona, Ma gl’Italici metri al Vero accorda. Oh cieca etate, ahi troppo cieca e sorda, Cui senso lusinghier agita, e sprona, E con folle piacer si compra i danni!! Sdegna i saggj consigli, Poi ne’ proprj perigli Ha maestri del Ver gl’istessi inganni; Ma fin che il tardo avviso a lei non giunge, Cercando il Ben dal primo Ben va lunge.