Italian poem
Cintia, la doglia mia cresce con l'ombra (Lucas)
by Fulvio Testi (1593–1646)
CINTIA, la doglia mia cresce con l'ombra, E a le tue mura intorno Vo pur girando il piè notturno amante. Tuffato il carro ha già nel mar d'Atlante Il condottier del giorno, E caligine densa il cielo adombra: Alto silenzio ingombra La terra tutta, e nell’orror profondo Stanco da l’opre omai riposa il mondo. Io sol non poso, e la mia dura sorte Su queste soglie amate Nell’altrui pace a lagrimar mi mena. Tu pur odi il mio duol, sai la mia pena; Apri, deh! per pietate Apri, Cintia cortese, apri le porte. Sonno tenace e forte De la vecchia custode occupa i sensi: Apri, Cintia; apri, bella; oimè, che pensi? Vuoi tu dunque, crudel, ch’io qui mi mora, Mentre più incrudelisce La gelid’aria del notturno cielo? D’ispide brine irta è la chioma; il gielo Le membra istupidisce; Qual foglia i’ tremo, e tu non m’apri ancora? Durissima dimora! Ma tu dormi fors’anco, e ’l mio tormento Non ode altri che l’ombra, altri ch’il vento. O Sonno, o de’ mortali amico nume, Sopitor de’ pensieri, Sollevator d’ogn’affannato core: Deh, s’egli è ver ch’ardessi unqua d’amore, Da que’ begl’occhi alteri, Che stan chiusi al mio mal, spiega le piume; Tornerai pria ch’allume La bell’aurora il ciel; vanne soltanto Che Cintia oda il mio duol, senta il mio pianto. Vanne, Sonno gentil, vattene omai; Così luce nemica O strepito importuno mai non ti svegli; Così, d’onda Letea sparsa i capegli, La tua leggiadra amica Ti dorma in seno, e non sen parta mai. Sonno, ancor non ten vai? Dimmi, nume insensato, iniquo dio, Dimmi, Sonno crudel, che t’ho fatt’io? Tu de l’Erebo figlio, e de l’oscura Morte fratel, non puoi Maniere usar, se non atroci ed empie, Possanti inaridire in su le tempie I papaveri tuoi, E siati Pasitea sempre più dura; E per maggior sciagura Vigilia eterna ognor t’opprima e stanchi Sì, ch’agl’occhi del Sonno il sonno manchi. Porte, ma voi, voi non v’aprite. Ah pèra Chi dall’alpine balze Trasse, per voi formar, la quercia e ’l cerro: Cingasi pur d’inespugnabil ferro, E vallo e mura innalze Città ch’oppressa è da nimica schiera; Ma se tromba guerriera Qua non giunge col suono, or quai sospetti Munir ci fan con tanta cura i tetti? O mille volte e mille età beata, Quando a l’ombra de’ faggi Dormian senza timor le prische genti! Ricco allor il pastor di pochi armenti Non paventava oltraggi Di ladro occulto, o di falange armata: Avarizia mal nata Fu che pose ai tesor guardie e custodi, E mostrò i furti, ed insegnò le frodi. Porte sorde agli amanti, adunque invano Di giacinti odorosi Ho tante volte a voi ghirlande inteste? O venti, o pioggie, o fulmini, o tempeste, Scendete impetuosi, Stendete voi le dure porte al piano; E tu, lenta mia mano, Invendicata ancor l’ore ten passi? Se ti mancan le fiamme, eccoti i sassi. Lasso, ma che vaneggio? In ciel già rare Scintillano le stelle, Già s’intreccia di fior l’alba le chiome. Santi numi del ciel, s’in vostro nome D’odorate fiammelle Arder fec’ io più d’un divoto altare, De le mie pene amare Pietà vi punga; e, se giustizia ha il polo, Levatemi di senso, ovver di duolo. Voi che mutate a l’uom sembiante e spoglia, Ch’altri volar per l’etra, Altri fate vagar disciolto in onda; Voi che Narciso in fior, che Dafne in fronda Cangiaste, in dura pietra Me trasformate ancor su questa soglia. Cesserà la mia doglia, E godrò ch’al mattino, ove si desti, Cinzia col piè mi prema e mi calpesti.