Italian poem
Ruscelletto orgoglioso (Lucas)
by Fulvio Testi (1593–1646)
RUSCELLETTO orgoglioso, Ch’ignobil figlio di non chiara fonte Un natal tenebroso Avesti intra gli orror d’ispido monte, E già con lenti passi Povero d’acque isti lambendo i sassi; Non strepitar cotanto, Non gir sì torvo a flagellar la sponda, Chè benchè Maggio alquanto Di liquefatto gel t’accresca l’onda, Sopravverrà ben tosto Essiccator di tue gonfiezze, Agosto. Placido in seno a Teti, Gran re de’ fiumi, il Po discioglie il corso, Ma di velati abeti Macchine eccelse ognor sostien sul dorso, Nè per arsura estiva In più breve confin stringe sua riva. Tu le gregge e i pastori Minacciando per via spumi e ribolli, E, di non proprj umori Possessor momentaneo, il corso estolli, Torbido, obliquo, e questo Del tuo sol hai, tutto alïeno è il resto. Ma fermezza non tiene Riso di cielo, e sue vicende ha l’anno: In nude aride arene A terminar i tuoi diluvj andranno, E con asciutto piede Un giorno ancor di calpestarti ho fede. So che l’acque son sorde, Raimondo, e ch’è follia garrir col rio; Ma sovra Aonie corde Di sì cantar talor diletto ha Clio, E in mistiche parole Alti sensi al vil volgo asconder suole. Sotto ciel non lontano Pur dianzi intumidir torrente i’ vidi, Che di tropp’acque insano Rapiva i boschi e divorava i lidi, E gir credea del pari Per non durabil piena a’ più gran mari. Io dal fragor orrendo Lungi m’assisi a romit’Alpe in cima, In mio cor rivolgendo Qual’era il fiume allora e qual fu prima, Qual facea nel passaggio Con non legittim’onda ai campi oltraggio. Ed ecco, il crin vagante Coronato di lauro e più di lume Apparirmi davante Di Cirra il biondo re, Febo il mio nume, E dir: ‘ Mortale orgoglio Lubrico ha il regno, e rovinoso il soglio. Mutar vicende e voglie, D’instabile fortuna è stabil’arte; Presto dà, presto toglie, Viene e t’abbraccia, indi t’abborre e parte; Ma quanto sa si cange: Saggio cor poco ride e poco piange. Prode è ’l nocchier, che ’l legno Salva tra fiera aquilonar tempesta; Ma d’egual lode è degno Quel ch’al placido mar fede non presta, E dell’aura infedele Scema la turgidezza in sparse vele. Sovra ogni prisco eroe Io del grande Agatocle il nome onoro, Che delle vene Eoe Ben su le mense ei folgorar fe’ l’oro, Ma per temprarne il lampo, Alla creta paterna anco diè campo. Parto vil della terra La bassezza occultar de’ suoi natali Non può Tifeo: pur guerra Move all’alte del ciel soglie immortali. Che fia? Sott’Etna colto, Prima che morto ivi riman sepolto. Egual fingersi tenta Salmoneo a Giove, allor che tuona ed arde; Fabbrica nubi, inventa Simulati fragor, fiamme bugiarde; Fulminator mendace Fulminato da senno a terra giace.’ Mentre l’orecchie i’ porgo, Ebbro di maraviglia al dio facondo, Giro lo sguardo e scorgo Del rio superbo inaridito il fondo, E conculcar per rabbia Ogni armento più vil la secca sabbia.